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Da leggere insieme
Sotto la notizia niente - Cap. V°. TELEGUERRE - par. 1 - L'inganno informativo


"Si può ben dire che nel Golfo il conflitto sia stato ingaggiato non solo
con le armi della guerra,
ma anche in certa misura attraverso i mass media"
Giovanni Paolo II
"Facciamoci i popcorn e guardiamo la guerra"
Un ragazzo americano

Teleguerre
L'inganno informativo nel Golfo. Le bugie nella ex Jugoslavia

Molti avrebbero dovuto insospettirsi quando, una delle sere dell'ultima settimana di gennaio nel 1991, si vide sui teleschermi collegati con la mitica Cnn, trasmessa in diretta da uno studio in Israele, la seguente scena: due giornalisti statunitensi con la maschera antigas intervistavano un terzo personaggio dotato anch'egli di maschera protettiva: si era nel pieno della guerra, con gli Scud di Saddam che piovevano un giorno si e uno no sulla terra israeliana; il dittatore pazzo, si diceva, probabilmente li avrebbe armati di gas nervino, per sterminare la popolazione come aveva fatto in un villaggio curdo. Drammatica la scena, terribile il pericolo, d'obbligo le maschere. Ma allora perché quella persona lì in un angolo, inquadrata casualmente per pochi secondi dall'occhio della telecamera, si spostava tranquillamente senza maschera antigas? Perché i protagonisti in primo piano erano così paurosi nel loro abbigliamento marziano, mentre le involontarie comparse si muovevano in abiti civili? L'impressione fu la stessa che si poteva provare assistendo ad alcuni film colossal storico-caserecci, nell'accorgersi che un soldato di Giulio Cesare aveva l'orologio al polso.

Molti avrebbero dovuto insospettirsi. Ma pochi si insospettirono. La guerra del Golfo, è vero, vide scendere in campo un apparato ufficiale di potenza mai vista allo scopo di "manipolare informando". Ma è anche vero che l'operazione - volta sostanzialmente ad ingannare l'opinione pubblica mondiale su dati e questioni decisive - non sarebbe riuscita senza l'attiva complicità (o al meglio l'inerte passività) di gran parte dell'universo informatico. Secondo Martin Lee, direttore di "Fair" e acuto critico della comunicazione, "nessun giornalismo era mai caduto così in basso". Il popolare anchorman Walter Cronkite testimoniò davanti al Congresso degli Stati uniti: "Con un'arroganza estranea al sistema democratico i militari Usa hanno ingabbiato il diritto alla verità dell'opinione pubblica americana". Ma Noam Chomsky fu severo proprio nei confronti dei giornalisti: "Troppo tardi la stampa si è dissociata, bisognava penasarci prima". In effetti qualche protesta, durante la guerra, ci fu. Negli ultimi giorni di febbraio, due giornalisti inglesi convocarono, con una lettera aperta al "Guardian", un'affollata assemblea di operatori dell'informazione a Londra. L'Agence France Presse e altri dieci organi di stampa sporsero addirittura denuncia contro il Pentagono. Ma di tutto ciò scarsissima eco arrivò al grande pubblico. Il tono era dato dal coro, al punto che l'"Osservatore Romano", organo della Santa Sede, se ne dolse con insolita durezza: "Ci sia consentito di dire che se fa paura la guerra fa ancora più paura questo coro di consenso bellico". Prima del conflitto, durante il suo svolgimento - e in parte - dopo di esso, miliardi di persone nel mondo furono convinte di assistere, per la prima volta, alla "verità in diretta"; e non fecero caso ai soldati di Giulio Cesare con l'orologio al polso.

 

 

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http://www.lombardia.megachip.info/vis_cont.php?id_art=379

A cura della Redazione - 13 Febbraio 06