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Sotto la notizia niente - Cap. IV°, par. 9 - Le non notizie della Pravda

Gli anni Settanta, fino all’Afghanistan, all’avvento di Reagan e alla gara per il riarmo missilistico, furono quelli del massimo sviluppo – ad Est e ad Ovest – del versante ideologico della Guerra fredda, in cui un ruolo decisivo era affidato al controllo dell’informazione. Si facevano più rigidi ed invalicabili i confini dei due campi in lotta (ciò che fu definita “la divisione in due” del mondo); nello stesso tempo, si sviluppavano giganteschi apparati di propaganda, per orientare popoli ed elites dei paesi in via di sviluppo, disinformare l’opinione pubblica del campo avverso e indebolire il fronte interno” nemico. Le strategie, spesso, erano direttamente mutuate da quelle messe a punto nell’ultima grande guerra “calda”, quella antinazista.

Fu grande merito della democrazia americana aver portato alla luce, già nel 1976, i metodi e i pericoli di quello scontro basato sulla manipolazione. Nell’aprile di quell’anno presero il via i lavori di una commissione d’inchiesta senatoriale presieduta da Frank Church. Le sue audizioni pubbliche fecero emergere un ventaglio di attività che i protagonisti definirono “indispensabili malgrado il loro carattere spesso decisamente illegale”. Si trattava di operazioni che “usavano le informazioni come munizioni”, secondo una celebre definizione di L. Farago a proposito della “black propaganda” : diffusione di false voci, diffusione di falsi dati, diffusione di false notizie. I Paesi oggetto di queste “falsificazioni mediante informazione” erano stati, come risultò dalle testimonianze, il Cile, l’Iran, l’Italia, la Grecia, il Guatemala. Spiegò il senatore Church:”La commissione indaga sull’uso che la Cia ha fatto dei media americani, in passato come nel presente, per una duplice ragione: la prima è il potere, inerente alle operazioni clandestine tramite i media, di manipolare e, incidentalmente, ingannare l’opinione pubblica del nostro Paese; la seconda è il danno che i rapporti clandestini con i giornalisti e media possono causare alla credibilità stessa e all’indipendenza di una stampa libera” .

Mentre spesso analoghi erano, nell’altro campo, quello sovietico, i metodi di disinformazione )”dezinformacija” , speciale branca d’attività, come fu poi rivelato, dei servizi di spionaggio) diretti a costruire false notizie all’estero, meno pressanti – anzi, del tutto marginali – erano a Mosca le preoccupazioni per la “credibilità” della stampa presso l’opinione pubblica interna. Essa era infatti, per unanime convinzione, vicina allo zero, come spiegava uno tra i più diffusi motti popolari, a proposito dei due giornali più autorevoli (“Pravda”, che vuol dire verità, e “Izviestija”, che vuol dire notizie): “Niet pravdij v’ Izviestiakh – recita il motto -, niet izviestiakh v Pravdij”, e cioè non c’è verità nelle Notizie, né notizie nella Verità.

Dopo la breve stagione di dibattito e di inchieste sociali del periodo post-rivoluzionario, i giornali – che parallelamente all’estensione della alfabetizzazione avevano portato la loro tiratura a cifre milionarie – si erano trasformati in bollettini semi-ufficiali, in cui forse soltanto la rubrica delle lettere, particolarmente curata dalle redazioni e considerata lo sfogatoio per proteste e denunce, rispecchiava a volte gli umori profondi della società. Secondo la definizione di Roj Medvedev “in Unione Sovietica l’informazione non è che una parte delle campagne di propaganda del partito” . Il controllo politico sui giornalisti, e su ciò che essi scrivevano, era stretto e praticamente ufficializzato. Del tutto assenti dalle pagine erano i temi considerati “sgradevoli”, come quelli che in occidente chiameremmo di “cronaca nera”. L’impostazione propagandistica e l’ossessione dell’indottrinamento ideologico rendevano scarsamente efficace lo stesso, massiccio impiego sovietico nell’attività rivolta all’estero, affidata all’agenzia Apn e a un imponente numero di emissioni radio. Nel 1970, la sola Radio Mosca dedicava all’Africa una media di duecentotrentacinque ore di trasmissioni settimanali, in quindici lingue.

L’invasione dell’Afghanistan, nel dicembre del 1979, fu raccontata ai cittadini e alle cittadine dell’Urss con le scarne parole dei comunicati ufficiali, e poi con reportage di maniera, che si limitavano a sottolineare la “crudeltà” del nemico e l’ “eroismo” dei soldato sovietici. Estremamente limitato, controllato e censurato fu l’accesso a Kabul per i giornalisti stranieri. Ciò ebbe tra l’altro l’effetto di moltiplicare in occidente le corrispondenze in partenza dall’altra parte del fronte, quello dei mujaheddin e delle retrovie pakistane. Per molti versi quella afghana restò, dal punto di vista delle immagini, una guerra misteriosa. Anche in occidente, (e nonostante l’impegno politico e propagandistico statunitense) se ne ignorarono i massacri, mentre alla tv sovietica le prome scioccanti riprese dei funerali dei soldati morti cominciarono a comparire soltanto quattro anni dopo l’invasione, in era giorbacioviana, provocando nell’opinione pubblica un sordo moto di rigetto, simile nelle sue motivazioni a quello che aveva investito l’opinione pubblica Usa al tempo del Vietnam.

Una reale e moderna libertà di stampa fece fatica ad affermarsi nell’Urss anche dopo l’avvento di Gorbaciov alla testa del partito-stato. Nel 1086 la catastrofe della centrale nucleare di Chernobyl fu tenuta nascosta, su ordine del Cremlino, per i primi tre giorni, così come in passato – fu poi scoperto – analoghe tragedie erano state totalmente oscurate dalle fonti sovietiche.

Solo a partire dal 1987, sulla spinta della perestrojka gorbacioviana, si realizzò nei giornali e nella tv un via via crescente pluralismo, accompagnato da un interesse fino ad allora sconosciuto per le notizie, per la critica del potere, per l’inchiesta sul campo. Solo a quell’anno può essere datata la nascita di un’opinione pubblica in Russia. E’ comunque evidente che – mentre in metà del mondo la censura ufficiale di Stato è ancora oggi una regola – durante tutto il nostro secolo i conflitti tra informazione e potere, i problemi inediti e straordinari legati all’espansione e all’influenza senza precedenti dei mezzi di comunicazione di massa hanno avuto per teatro principale, nel pianeta, l’Europa Occidentale e le Americhe.

Link
http://www.lombardia.megachip.info/vis_cont.php?id_art=363

A cura della Redazione - 08 Febbraio 06