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Sotto la notizia niente - Cap IV°, par. 8 - Il militare in redazione

Riandando agli anni del Watergate, è interessante rilevare un elemento di contraddizione: proprio nel momento in cui tra i giornalisti si faceva strada la coscienza del loro potere e della loro autonomia, e della netta distinzione tra la “missione” del reporter e la “missione” dell’America, si manifestava più stretto il condizionamento, sul complesso della comunicazione, di quello che il Presidente Eisenhower aveva definito “il complesso militare-industriale”. Ciò avvenne attraverso due canali. Da un lato, un eccezionale afflusso di risorse del Pentagono negli investimenti sulle nuove tecnologie dell’informazione, nel periodo del grande decollo dell’industria informatica. Solo nel 1959, secondo un rapporto dell’Ocse, “contratti di ricerca e sviluppo per circa un miliardo di dollari sono stati assegnati ai produttori americani di elaboratori elettronici. Tale cifra è più o meno pari all’ammontare totale degli acquisti di elaboratori effettuati sui mercati civili in quegli anni”. Nel 1968 fu messa in opera la struttura della prima rete di trasmissione dati, l’Arpanet (Advanced Research Project Agency Network), sotto il controllo diretto del Dipartimento di Stato USA. Nello stesso tempo – e questo era il secondo canale di contaminazione tra potere militare e strutture culturali e informative – partivano spettacolari programmi di ricerche sociologiche e antropologiche svolte da centri finanziati dalla Difesa. Su questa base furono costruiti modelli detti di “ingegneria umana” o di “ingegneria sociale”, simulando scenari e comportamenti dei “soggetti del sistema” : il governo, i militari, la stampa, le minoranze e così via. Nei campus delle più prestigiose università – scrisse G. Piel – “ha preso ad albergare un nuovo tipo di capitani di ventura, di mercenari della scienza e di borsisti onusti di dottorati pronti a farsi assoldare per condurre degli studi che rispondono alle clausole del contratto”. Era solo un aspetto di quelle che, in un suo famoso saggio del 1970, “The Pentagon Propaganda Machine” , il senatore William Fulbright avrebbe definito “le incursioni sempre più frequenti dei militari nel nostro sistema civile”.

La questione era così seria, e rischiosa, che il Senato degli Stati Uniti decise di nominare una commissione d’inchiesta, presieduta proprio da Fulbright. L’obbiettivo specifico erano le attività dell’Usia, l’Agenzia di informazioni e propaganda del governo. Ma al centro delle indagini della commissione si trovarono ben presto il rapporto tra potere e informazione, i sistemi di manipolazione delle notizie, in sostanza “le attività di relazioni pubbliche del Dipartimento della Difesa sul modo di pensare della nazione.”. Ancora una volta, come nodo cruciale, emergeva l’uso dell’informazione come strumento di guerra: di preparazione alla guerra, di giustificazione del riarmo, di manipolazione del flusso di notizie dal mondo. Dalle audizioni della commissione risultò che l’Usia aveva disatteso le stesse indicazioni del presidente Kennedy, che ne limitavano l’azione alla utilizzazione “non dissimulata” (overt) dei mass media, mediate materiale giornalistico di propaganda, ma chiaramente attribuibile (a differenza della Cia, incaricata esplicitamente delle “covert actions”) . Allo scopo di “conquistare i cuori e gli spiriti” cercando di “influenzare i giornalisti”, era invece scomparsa – notò il senatore americano sulla base di una serie di testimonianze, - “ogni distinzione tra propaganda e informazione.”.

 

Nell'illustrazione: il senatore William Fulbright

Link
http://www.lombardia.megachip.info/vis_cont.php?id_art=362

A cura della Redazione - 07 Febbraio 06