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Sotto la notizia niente - Cap. IV°, par. 5 - Il buio su Songmy

A Songmy, il 16 marzo 1968 furono uccisi nel corso di azioni di guerra e di esecuzioni sommarie, secondo un’accurata indagine compiuta dalla chiesa buddista Quang, 570 civili (567, secondo le risultanze di un’inchiesta poi condotta da Newsweek). Ne’ la stampa, ne’  la radio, ne’ la tv diedero notizia, in America o altrove, del massacro, sul quale riferì più volte solo il Bollettino del Fronte di Liberazione, con dispacci giudicati “pura propaganda”. Nessun inviato era presente quel giorno sul posto. I quotidiani si limitarono a riferire l’informazione – falsa – del Pentagono, secondo cui c’era stata una battaglia e i militari nemici uccisi erano stati 128.

Poche settimane dopo, Ron Haberle, venuto in possesso di foto di esecuzioni sommarie (scattate dagli stessi militari), le mostrò nel corso di una conferenza ai membri del Rotary Club dell’Ohio. Silenzio sulla stampa. Si mosse allora, per un’indagine personale, un ex agente federale, Ronald Ridenhour, che rintracciò alcuni testimoni e riunì le conclusioni della sua inchiesta in una lettera di duemila parole, che inviò al Presidente degli Stati Uniti, al Segretario di Stato, a membri del Congresso. L’establishment politico non reagì. Un altro agente, Michael Cunningham, contattato da Ridenhhour, informò allora i maggiori quotidiani e settimanali, proponendo la storia. Solo uno, “Ramparts”, si dichiarò disposto alla pubblicazione; ma fu alla fine scartato perché Ridenhour non voleva affidare la rivelazione dei fatti ad un periodico troppo radicale.

Era passato intanto più di un anno dal massacro. La notizia era ancora del tutto ignota al mondo. Finalmente, nel settembre del 1969, un giornalista del “Columbus Enquirer”, David Leonard, decise di affrontare l’argomento.. Lo fece seguendo sue informazioni, relative al caso del tenente William Calley ir. Chiese e ottenne di consultare il suo incartamento al Pentagono e pubblicò un articolo di apertura sull'’Enquirer"” Al Pentagono dove, per molti mesi, si era cercato di arginare l'’informazione, ci si aspettava che la sua pubblicazione provocasse uno scandalo. Ma non successe niente. La stampa nazionale e i grandi network non ripresero la notizia del massacro di Songmy. Quel massacro, dunque, continuava a non esistere. “Siamo sorpresi – dichiaro un avvocato del Dipartimento della Difesa – veramente sorpresi” .

Solo due mesi dopo un giornalista “free lance” (indipendente) condusse una nuova indagine sull’eccidio, mettendo insieme in un reportage tutto il materiale fino ad allora raccolto. Lo offrì a molto grandi settimanali, ricevendo rifiuti: si decise, infine a pubblicarlo su un’agenzia d’informazioni, la “Dispatch News Service”, che lo diffuse contemporaneamente a quarantacinque giornali. Solo a questo punto – era il 13 novembre 1969 – l’argine crollò, e l’opinione pubblica fu informata. Rimasto nel buio per venti mesi, l’evento del massacro di Songmy era diventato notizia. cioè, secondo la convenzione della moderna informazione, era finalmente avvenuto.

Più rilevante e autonomo fu il ruolo della stampa nella scoperta e nella denunzia dei falsi e delle omissioni dell’amministrazione. Fu smentita apertamente, cinque anni dopo,  la versione dei fatti fornita da Lyndon Johnson per giustificare nel 1964 l’escalation della guerra, con i primi bombardamenti sul Nord Vietnam. Allora nessuno – né i giornali né la Tv – aveva messo in dubbio la versione ufficiale: cacciatorpediniere USA erano state deliberatamente e proditoriamente attaccate da unità siluranti nord-vietnamite nel Golfo del Tonchino, il 5 agosto del 1064. Sia il “New York Times” che la “Washington Post”, al momento, avevano fatto proprio, senza alcuna riserva, il racconto del Pentagono.  Dopo la svolta del Tet i dubbi retrospettivi si moltiplicarono. Si appurò che non esisteva nessuna prova dell’ “incidente del Tonchino”, anche se non si riuscì a svelare compiutamente i meccanismi dell’episodio e il modo in cui era stata ingannata l’opinione pubblica.

Nel giugno del 1071 il “New York Times” rese note le carte segrete del Dipartimento della Difesa (che svelavano la vera genesi e gli inganni dell’impegno americano in Vietnam) divenute note come i “Pentagon Papers”. Si seppe poi che era stato un uomo del Pentagono , Daniel Ellsberg, a consegnare, “per fatto di coscienza”  i documenti alla stampa. E il Times, con decisione coraggiosa, li pubblicò, nel pieno della lacerante polemica tra sostenitori e oppositori della guerra.

Richard Nixon, dalla Casa Bianca, cercò in ogni modo, ma senza successo, di impedire la pubblicazione. Quando scoppiò lo scandalo, inviò al suo Capo di Gabinetto H.R. Haldeman un memorandum riservato, dove dava il seguente ordine: “In nessun caso membri dello staff della Casa Bianca dovranno rispondere, su nessun argomento, a domande del “New York Times”, a meno che io non ne dia espressamente il permesso, cosa che non prevedo di fare nel prossimo futuro” . In via ufficiale l’Amministrazione chiese ad un giudice federale di bloccare la pubblicazione dei “Pentagon papers”. La decisione del giudice, motivata con  ragioni di “sicurezza nazionale” fu favorevole al Governo. Ma allora altri giornali si mossero, pubblicando le carte; e infine la Corte Suprema, in seduta straordinaria meno di venti giorni dopo l’uscita del primo articolo sul “New York Times”, sentenziò a favore della libertà di stampa.
Mentre si accentuava il distacco degli opinionisti più influenti dallo stile disinvolto ed arrogante, se non dalle scelte di fondo, dell’amministrazione Nixon, si rilanciava così quello che all’inizio del secolo veniva chiamato il “muckraking Journalism”, il giornalismo investigativo e critico. Ne fece presto le spese proprio l’uomo della Casa Bianca, costretto a dimettersi travolto da uno scandalo sollevato e tenacemente divulgato dalla stampa, il Watergate.

Link
http://www.lombardia.megachip.info/vis_cont.php?id_art=346
A cura della Redazione - 05 Febbraio 06