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Sotto la notizia niente - Cap. IV°, par. 4 - Autocensura

Si diffuse più tardi la convinzione – o piuttosto l’ossessione – che il crollo americano fosse stato causato dal “troppo sangue visto in tv” . Tutta una corrente della destra americana, divenuta maggioritaria con Reagan e poi con Bush, mise retrospettivamente sotto accusa la cosiddetta “guerra televisiva” e la vigliaccheria di quanti, nelle stanze del potere, se ne erano lasciati influenzare. Secondo l’espressione di Rambo, eroe holliwoodiano impegnato nel “ritorno in Vietnam” dieci anni dopo, per liberare prigionieri americani, questa guerra “Ce la lascieranno vincere stavolta? “ Non diversa la battuta, alla vigilia della Tempesta del Golfo, di George Bush, il quale disse, alludendo all’esperienza vietnamita, che la nuova guerra non sarebbe stata combattuta, grazie a Dio, “con una mano legata dietro la schiena”.

In realtà, l’idea di una stampa americana disfattista o addirittura filovietnamita non regge ad un’analisi seria. Lo stesso Cronkite (di cui era stato detto:”fu la prima volta che la fine di una guerra fu dichiarta da un anchorman” ) ha più volte successivamente espresso la convinzione che il suo ruolo “era stato sopravvalutato: "fui solo l’ultima goccia” . I mezzi d’informazione, nel fondo, non abbandonarono mai un atteggiamento definito “patriottico”. Quella nel Vietnam - come la ricerca di Hallin ha dimostrato – non cessò di essere presentata come una guerra “giusta” .

Per tutto il corso del 1969 la Abc, secondo una ricerca condotta da un ex giornalista e da sei redattori dell’emittente, diffuse nell’ora di massimo ascolto informazioni e commenti favorevoli alla politica vietnamita dell’amministrazione nella misura di tre a uno rispetto a quelli critici. Comparvero però con più frequenza sul piccolo schermo – nel frattempo, a partire dal ’66, ’67, si era passati alla tv a colori – le immagini delle morti e delle distruzioni.. E nello stesso tempo si insinuò in molti commenti il dubbio che il prezzo pagato dai soldati americani fosse “troppo alto”, e in definitiva inutile. Si prenda, per esempio, la cronaca di Jack Russell sulla Abc, nel giugno del 1969: “Questa collina è stata presa, come generalmente accade in questa guerra. Ma, come spesso succede, è difficile stimare che valore ha la conquista di questo obbiettivo” .

Cominciarono a comparire sulla stampa, prima cautamente poi con più frequenza, notizie sulle atrocità commesse al fronte dalle truppe USA. L’opinione pubblica conobbe dai suoi corrispondenti e non più  dalla propaganda avversaria, la distruzione dei villaggi di Ben Suc e di Ben Tre; Peter Arnett (il reporter che vent’anni dopo sarebbe stato l’unico giornalista mondiale a trasmettere da Baghdad durante la guerra del Golfo) raccontò con un dispaccio sull’Associated Press, nel marzo 1969, gli stermini di massa collegati al “Phoenix Program” del Pentagono. Tuttavia il meccanismo di autocensura del sistema dell’informazione agì ancora a lungo, se è vero che, nonostante fosse stata divulgata e conosciuta subito da gruppi ristretti, l’informazione sul massacro di Songmy impiegò ben venti mesi, dal marzo 1968 al novembre del 1969, a raggiungere l’opinione pubblica americana. Le vicissitudini di questa notizia – destinata poi a fare storia, per le sue dimensioni e la sua drammaticità – possono utilmente illuminare i meccanismi di censura non ufficiale in atto, non solo in quegli anni, nell’era dell’informazione planetaria.

Link
http://www.lombardia.megachip.info/vis_cont.php?id_art=338

A cura della Redazione - 04 Febbraio 06