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Il punto di vista
la buonanotte
E’ l’ora della sera là in Sri Lanka e una telefonata raggiunge qui in Italia un papà che sta lavorando.
 Ho rivolto uno sguardo all’uomo che, interrompendo per un attimo il lavoro, comincia a parlare stretto nella sua lingua e si vede che la telefonata gli fa piacere. Ho rivolto lo sguardo curioso all’uomo e lui mi dice subito, staccando il cellulare dall’orecchio: “è il figlio, per la buonanotte, ci sono cinque ore di differenza…”
Penso al miracolo dell’annullamento delle distanze che non sarebbe stato possibile fino a due decenni fa o meno, e penso a quell’adolescente che, forse ogni giorno, saluta il papà nell’altro continente: in un attimo ho la visione di due mondi, mi appaiono ancora più evidenti le difficoltà che l’uomo sopporta .

Penso a quante altre situazioni simili ultimamente ho avuto occasione di conoscere: donne o uomini che hanno lasciato tutto e che si ammazzano di lavoro in questo Paese per consentire gli studi al figlio lontano, perché non abbiano in futuro anche loro da muoversi e andare ad ammazzarsi di lavoro in un Paese difficile che chiede e lesina troppo, e fa un sacco di difficoltà ad accettarti; che quando va bene ti guarda con diffidenza, quando non disprezza.
  Uomini e donne magari con una laurea in tasca presa al loro Paese, che per una infinità di motivi hanno avuto l’urgenza di spostarsi per venire qui a macinare ore di lavoro, sacrificando il cibo, il sonno e sognando il prossimo ritorno che dia fiato per ritornare ancora indietro e fino alla volta seguente.

Ma si fermerà la sequela delle emigrazioni, o anche quei figli per i quali qui da noi si sacrificano uomini e donne di ogni Paese del mondo, percorreranno anche loro la medesima strada, domani?
di gea - 06 Dicembre 09