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Il punto di vista
I diritti, per una volta, prima di tutto


da Peacereporter

Gli istituti finanziari europei si ritirano dal progetto della diga di Ilisu. La Turchia non ha rispettato i diritti delle popolazioni coinvolte
Il 7 luglio 2009 sarà un giorno da ricordare per almeno 60mila persone. Sono gli abitanti della valle del Tigri, tutti curdi, che sarebbe stata sommersa dalla costruzione della diga di Ilisu, nella Turchia sud-orientale. Le banche che finanziavano il progetto hanno ritirato la loro partecipazione al progetto, lasciando il governo turco da solo di fronte a una spesa immensa.

 Lieto fine. La sensazione è che più dei diritti delle popolazioni civili interessate poté la crisi economica, ma il comunicato stampa diffuso il 7 luglio dalle agenzie per l'esportazione del credito di Germania, Austria e Svizzera rende onore alle necessità di tutte quelle persone che avrebbero visto la loro vita sconvolta da grande bacino idrico.

''L'accordo stipulato, fin dall'inizio, prevedeva il rispetto di rigide condizioni'', recita la nota per la stampa diffusa dalle agenzie Euler Hermes Kdreditversicherung, tedesca, Kontrollbank, austriaca, e Exportrisikoversicherungg, svizzera. ''L'obiettivo principale consisteva nella riduzione al minimo dell'impatto della centrale idroelettrica sugli abitanti della regione, sull'ambiente e sui beni culturali'', recita il comunicato.
Mancati adempimenti. ''Ma nonostante i notevoli miglioramenti, restano lacune su alcuni punti essenziali, come ad esempio la mancanza di uno studio di fattibilità sullo spostamento delle rovine di Hasankeyf in un parco di beni culturali o l'assenza di una regolamentazione che stabilisca l'indennizzo da pagare secondo gli standard internazionali ai 60mila sfollati''.
Tutte motivazioni nobili, come quella sulla distruzione di Hasankeyf, che avrebbe cancellato per sempre un sito millenario. Nessuno saprà mai se la decisione del consorzio finanziario, comunicato alla scadenza dell'ultima proroga di 180 giorni concessa al governo turco per applicare le condizioni preliminari, sia stata dettata dalla cattiva congiuntura o dalla cattiva pubblicità che avrebbe garantito loro un progetto osteggiato da tanti. Resta che questa decisione regala un sospiro di sollievo a tante persone, almeno per ora.

Un progetto controverso. ''L'annullamento del contratto di finanziamento non ha alcun fondamento scientifico e tecnico. Si tratta interamente di una decisione politica. La Turchia in questo momento è una grande potenza nella sua area. E' del tutto naturale che alcuni paesi si sentano disturbati da questa realtà''.
Veysel Eroglu, ministro turco delle Politiche Ambientali e Forestali, ha commentato così a nome del governo turco, con un riferimento all'Iraq, da sempre contrario al progetto. Ankara ostenta sicurezza, anche se l'annunciato inizio dei lavori per il 30 luglio prossimo è da ritenersi superato. I 1,2 miliardi di euro garantiti dagli istituti di credito europei erano fondamentali per andare avanti con il progetto, che risale al 1954, e che prevede la costruzione di 22 dighe e 19 centrali idroelettriche. Per l'esecutivo turco, da sempre, la diga non distruggerà il contesto socio-culturale del bacino ma anzi porterà occupazione e sviluppo in una regione economicamente depressa.

Un sospiro di sollievo. Non la pensano così, però, gli abitanti della zona. ''Ho subito sentito gli esponenti delle associazioni e delle organizzazioni non governative che si sono battute contro le dighe e siamo tutti contenti. Per martedì prossimo, a Roma, si sta organizzando una grande festa e abbiamo notizie di feste e balli nella regione'',
  
 racconta Luca Saltalamacchia, giovane avvocato napoletano in prima fila nella battaglia legale in rappresentanza delle popolazioni locali. Saltalamacchia si è sempre confrontato con i vertici del gruppo Unicredit, mettendoli di fronte alle loro responsabilità morali nel caso avesser finanziato il progetto. Il gruppo amministrato da Alessandro Profumo, infatti, controlla la Bank of Austria Creditanstalt, uno degli istituti che finanzia il progetto della diga.
Visto dall'Italia. Il gruppo italiano non figura direttamente, ma è coinvolto nella storia.
''Quando è stato emesso il comunicato delle agenzie per l'esportazione del credito abbiamo tempestato di e-mail tutti i dirigenti di Unicredit con i quali ci siamo interfacciati in questi anni - racconta l'avvocato - Ieri mattina mi ha risposto uno di loro dicendomi che si ritiravano. Sul loro sito, poi, ho trovato anche la dichiarazione ufficiale che cita proprio le rimostranze delle ong sulla sostenibilità del progetto tra i motivi della decisione. Aspettavano che le altre agenzie si pronunciassero, per non pagare la penale prevista, ma avevano capito che era un disastro mediatico''.

Una grande vittoria, insomma. ''Più che altro è un precedente importante. Pressando i finanziatori abbiamo ottenuto che questi pressassero le agenzie per ottenere che il governo di Ankara applicasse i prerequisiti richiesti'',
   risponde Saltalamacchia. ''Resta il problema, perché il progetto va avanti lo stesso, ma resta anche un precedente per i rapporti tra le multinazionali e i diritti umani delle popolazioni civili interessate dai grandi progetti economici. Un meccanismo virtuoso che spero si trasformi in un'onda''.

La lunga attesa. Molto soddisfatto anche Mauro Colombo, il regista di Hasankeyf, waiting life, un documentario che raccontava l'attesa impotente della popolazione interessata dal progetto che, dagli anni Cinquanta, incombe sul loro futuro. ''Quello che è accaduto è un caso raro, ed è il benvenuto. Un progetto come questo fermate da considerazioni non solo finanziarie è un'ottima notizia'', risponde Colombo. ''Mi auguro solo che adesso la condizione delle popolazioni di quella regione non resti, ancora una volta, come sospesa. Il governo turco vuole andare avanti e c'è il rischio che continui a tenere la regione nella situazione attuale. Manca tutto, davvero. C'è urgente bisogno di forti investimenti per lo sviluppo della regione. La gente ha paura che, prima o poi, il progetto si realizzi e nessuno si sente d'investire in un luogo che, tra vent'anni, potrebbe non esserci più''.

Christian Elia

 

fonte: sito Peacereporter - 11 Luglio 09