Contatti
Home
 
         
Appuntamenti
Recensioni
A botta calda
Informazione negata
Il documento
L'intervista
Il punto di vista
Da leggere insieme
Accademia della Pace
Educazione ai media
Blob
Stampa internazionale
Lettere arte scienze
Biblioteca ideale
Lettere alla stampa
Stampa italiana
Informanews
Milano e Lombardia
ZERO il libro il film
Eventi e Segnalazioni
Governo notizie Elezioni
Canale Zero
Appelli
Pandora
Ambiente
Economia
Mondo facebook
Editoriale
Indueparole
Concertodiparole
Governo di Milano
 
Cerca

Parola chiave
Categoria
Autore
Dal
Al
 
Settembre 2017
D L M M G V S
12
3456789
10111213141516
17181920212223
24252627282930
 
Arcoiris
 
Link a sito nazionale
 
Casa della cultura
 
PARTECIPA MI
 
 
Stampa italiana
Il rischio-Italia di Madoff? Otto anni

Il rischio-Italia di Madoff? Otto anni

Assente nell'ordinamento l'effetto riciclaggio, che è costato 150 anni blindati negli USA

di Orazio Carabini e Alessandro Galimberti

Cragnotti, nel suo piccolo, è un presunto Madoff de noantri. È accusato di bancarotta fraudolenta. Non gestiva hedge fund ma, per molti versi, ha fatto come Bernie, succhiando 1.125 milioni di euro ai risparmiatori cui le banche, ansiose di rientrare dai debiti della Cirio, la società di Cragnotti, avevano venduto delle obbligazioni.
Senza contare quello che hanno perso gli azionisti della Cirio che era quotata in borsa. Sono passati sei anni dalla dichiarazione d'insolvenza. Correva il lontano 2003. L'anno dopo Cragnotti si fece anche sei mesi di carcere. Da allora il percorso giudiziario della vicenda ha fatto pochi passi avanti. Dopo la chiusura delle indagini e l'incriminazione, dopo una serie di lungaggini procedurali, il processo è giunto all'inizio della fase dibattimentale: in sostanza comincia adesso.
Da quattro anni è formalmente aperto ma i testimoni arrivano in aula ora. Intanto il reato di truffa è stato prescritto e pian piano andranno in prescrizione gli altri.

«L'orizzonte temporale perché si arrivi a una sentenza passata in giudicato è otto, nove anni», commenta Luigi Farenga, avvocato e commissario straordinario della Cirio. «Cragnotti - aggiunge Titta Madia, l'avvocato penalista della procedura Cirio - è imputato di bancarotta che si prescrive in 12 anni e mezzo. Sarebbe grave se si arrivasse alla prescrizione perchè è un reato grave. Eppure ho la sensazione che la difesa punti a quello».
E Cragnotti? È fuori dal giro degli affari e della finanza, o almeno così pare. Se ne sta tranquillo a casa sua. Rilascia interviste, scrive libri (Un calcio al cuore). «La lentezza della giustizia italiana è assurda - commenta ancora Madia - perché più passa il tempo e più si stemperano gli animi. Si può mandare in galera un colpevole quando sono passati dieci anni dai fatti? Fa uno strano effetto».

Già, prendersela oggi, dopo tanto tempo, con un uomo che ha quasi 70 anni sembra quasi una cattiveria. Ma Cragnotti può stare tranquillo. Perché è comunque molto difficile che si arrivi a una condanna. I reati "finanziari", quelli di cui si è macchiato Madoff, in Italia sono di fatto depenalizzati grazie alla prescrizione che scatta dopo sette anni e mezzo.
«A meno -precisa Madia - di non incappare in magistrati dalla produttività fuori dalla norma. E ce ne sono, a Torino, a Cremona, anche a Reggio Calabria. A Milano il processo Pollari va avanti a ritmi formidabili perché c'è un giudice che fa udienza tutti i giorni».
Dunque è un problema di volontà e di capacità del singolo magistrato, oltre che di organizzazione dei tribunali. Poi c'è una differenza sostanziale nelle modalità processuali. «Sono quasi due eccessi opposti - osserva Farenga: negli Stati Uniti una velocità e un pragmatismo esasperati, da noi un garantismo altrettanto esasperato». Insomma il processo americano dà quasi l'idea del giudizio sommario, con ampio spazio al patteggiamento per i complici e quindi con l'obiettivo, pragmatico, di chiudere rapidamente. In Italia si spreca un sacco di tempo per perseguire i complici e si perde di vista uno degli obiettivi che è l'efficienza del sistema.

Calisto Tanzi è l'altro grande presunto truffatore italiano degli ultimi anni. Il proprietario della Parmalat è accusato di vari reati ma la sostanza è che 7 miliardi di obbligazioni collocati dalle solite banche nei portafogli dei risparmiatori si sono volatilizzati. Circa la metà sono stati rimborsati sotto forma di azioni della nuova Parmalat. Ma il danno non è da poco. E altri ci hanno rimesso in un crack valutato 14 miliardi. La Procura di Milano ha accusato Tanzi e i suoi presunti complici di aggiotaggio mentre quella di Parma ha imputato loro la bancarotta. I processi, che sono cominciati nel 2005, si sono moltiplicati. Uno solo, quello per aggiotaggio a Milano, si è concluso, con molti patteggiamenti e la condanna di Tanzi a dieci anni di reclusione. Naturalmente non è finita lì perché il giudizio era di primo grado. Ora bisogna attendere la Corte d'appello e la Cassazione. Quindi, è ragionevole prevedere che nel frattempo il reato vada prescritto. E anche a Parma tutto procede molto a rilento.

Per Madoff sarebbe stato assai conveniente dover affrontare la giustizia italiana. Anche con quel fantastico record di 50 miliardi di dollari truffati agli investitori non avrebbe avuto molto da temere.

Il Sole-24 Ore ha già raccontato (l'11 febbraio scorso) che un ipotetico Bernardo Madoffi, sofisticato truffatore made in Italy, sarebbe rimasto a piede libero per tutta la I durata delle indagini perché per i reati di truffa e di appropriazione indebita la magistratura non può procedere con le misure cautelari in quanto la pena massima prevista è di tre anni.
Ma anche dopo il rinvio a giudizio le prospettive di Bernardo Madoffi sarebbero assai meno grame di quelle del quasi omonimo Bernie Madoff.
Un Madoff italiano si troverebbe comunque in una condizione molto diversa, e sotto ogni profilo più favorevole per lui rispetto al grande imbonitore di New York. Non solo per l'entità della pena, che nemmeno nel peggiore dei casi possibili arriverebbe a sfiorare i 3o anni di carcere, ma anche per i tempi e i percorsi di accertamento delle sue responsabilità.

In Italia, per esempio, Madoff non risponderebbe del reato più grave contestatogli negli Usa, vale a dire il riciclaggio: l'impiego in attività economiche o finanziarie di denaro, beni o altre utilità di origine criminale - con lo scopo di «ostacolare l'identificazione della loro provenienza delittuosa» - da noi non può essere imputato a chi ha commesso i reati da cui provengono le fortune. Quindi, per il nostro codice, il Madoff che prima truffa e poi, dopo una lunga serie di reati strumentali, fa sparire il malloppo, non può andare a processo per riciclaggio. Una differenza non da poco e non solo accademica, perchè anche in Italia i maggiori problemi, soprattutto per la prescrizione, li darebbe proprio il lavaggio degli investimenti traditi: 12 anni (massimo) di carcere, aumentabili fino a 16 perchè commessi nell'esercizio di un'attività professionale. E 12 anni, estensibili fino a i8, sarebbe anche la durata della prescrizione, un salvagente importante visti i tempi mediamente necessari, in Italia, per la chiusura dell'inchiesta e poi per le quattro fasi del giudizio (dall'udienza preliminare fino alla Cassazione).

In compenso nei grandi crac italiani la magistratura ha sempre contestato la bancarotta fraduolenta - di cui non c'è traccia invece nelle imputazioni a Madoff - che, nel caso specifico, potrebbe costare al nostro finanziere fino a 15 anni di carcere, e soprattutto altrettanti nell'italianissimo corner della prescrizione dei reati. Molto più blandi, invece, i rischi per gli altri crimini caricati al Madoff americano. La truffa aggravata e la gestione infedele del patrimonio affidato (più o meno la traslazione della securities fraud e investment adviser fraud) valgono, nella peggiore delle ipotesi per l'imputato, tre anni di carcere.
La falsa testimonianza e lo spergiuro neppure sarebbero concepibili nel nostro sistema giudiziario, dove l'imputato ha sempre il diritto di mentire (almeno durante il suo processo). Quanto all'appropriazione indebita aggravata, che nell'immaginario collettivo rappresenta meglio di altri crimini l'attività dell'investitore truffaldino, non si andrebbe oltre i tre anni e una multa di 1.032 curo, esattamente un centomilionesimo del profitto del reato. L'elencazione dei delitti e delle pene, e soprattutto della loro somma, non deve però trarre in inganno. In Italia, a differenza degli Stati Unti, nei delitti dolosi non è possibile fare il cumulo materiale delle pene; il giudice invece deve individuare il reato più grave e, al limite, aumentare la pena fino al triplo, ma in ogni caso se non è previsto l'ergastolo per i fatti commessi (e senz'altro qui non è previsto) la pena non può in alcun caso superare 30 anni di carcere. A cui si arriverebbe peraltro molto difficilmente, perchè se l'imputato è incensurato è arduo negargli le attenuanti generiche, e anche in caso contrario queste finirebbero per neutralizzare le aggravanti contestate, nell'ambito del giudizio di comparazione. Già 20, 25 anni sembrerebbero una pena "monstre", e in ogni caso ancora molto teorica. Sempre che il nostro Madoffi ultrasettantenne varchi il portone di un carcere - potrebbe chiedere la detenzione domiciliare, o addirittura il differimento della pena con un convincente certificato medico - il decorso dell'esecuzione della pena si gioverebbe quasi certamente, visto il profilo del condannato, dei benefici della legge Gozzini: 3 mesi di sconto ogni anno (45 giorni ogni 6 mesi, per la precisione) e, una volta superato il crinale di metà pena, l'accesso quasi automatico al regime di semilibertà. In definitiva quanto carcere per il nostro Madoffi? fi? Otto, massimo nove anni effettivi, nella peggiore delle ipotesi per lui, contro i 150 "blindati" del suo collega americano. E, soprattutto, in quanto tempo sarebbe maturata la condanna? Qui la pratica viene in soccorso della teoria: basti considerare che dopo sette anni il crac Parmalat è ancora a metà del guado, con una condanna in primo grado a Milano per Calisto Tanzi (10 anni, appellati anche dalla Procura e destinata a finire certamente fino in Cassazione: minimo altri 4 anni di percorso prima di diventare definitiva e poi esecutiva) e il grosso dei reati societari ancora al vaglio del primo processo a Parma: prima del 2015 è altamente improbabile che venga depositato l'ultimo atto definitivo sulla vicenda. Dodici anni contro sette mesi di durata, per un risultato di 150 anni contro una decina scarsi. Meglio, molto meglio l'italian job.

 Catisto Tanzi Con il gruppo di Collecchio via 14 miliardi Parmalat: dopo sei anni solo una sentenza Il crac del gruppo alimentare di Collecchio del patron Calisto Tanzi ammonta a 14 miliardi di euro. Due le inchieste: una per aggiotaggio a Milano (chi usa lo scorso dicembre con una condanna a 10 anni per Tanzi, appellata) e l'altra per i fatti di bancarotta, ancora in fase dibattimentale davanti al tribunale di Parma Stefano Melloni Nel crack coinvolto il liquidatore Patrimonium, doppia beffa ai risparmiatori Il default del gruppo di Cento (1993) è tornato d'attualità poche settimane fa con l'arresto in Spagna di Stefano Melloni. Per i 1.300 investitori i guai però non sono ancora finiti. Lo scorso febbraio il Tribunale di Milano ha condannato per peculato anche il liquidatore della Sim, sospettato di aver "drenato" le poche risorse rimaste peri creditori Gabriella Spada Risvolto rosa nel default dell'impero sport Giacomelli e la dark lady della finanza Nella bancarotta della Giacomelli, abbigliamento sportivo (800 milioni di buco, danneggiati gli azionisti ma anche 6.500 acquirenti dell'ultimo stock di 100 milioni di obbligazioni) spunta anche una donna, Gabriella Spada, moglie di Emmanuele Giacomelli: nel processo di primo grado, 9 anni di carcere a lui, quattro a lei Sergio Cragnotti Crack Ciro un default per 12 mila Cirio crac da 1,1 miliardi per 12 mila vittime Il fallimento del gruppo Cirio di Sergio Cragnotti provocò il default di obbligazioni per 1,125 miliardi di euro: 12mila risparmiatori secondo la procura di Roma sarebbero stati danneggiati dal fallimento del gruppo. Cragnotti fu arrestato nel febbraio del 2004 e rimesso i n libertà dopo sei mesi. Il processo è ancora in corso Giorgio Mendella Partì da ReteMia, è già tornato dopo la condanna Mendella, mister 500 miliardi di lire L'impero Intermercato di Giorgio Mendella (in quegli anni proprietario anche del networktv ReteMia) fallisce nei primi anni '90 lasciando sul campo 500 miliardi di lire scaricati su 14.500 investitori. Dopo la condanna e il carcere, il finanziere è tornato su piazza, bloccato nel 2004 dalla Consob sul collocamento di nuovi titoli

Massimo Canavesio Vent'anni dopo altri guai in Svizzera I favolosi anni '80 dei fratelli Canavesio Nel 1986 collassa l'Istituto finanziario piemontese: buco da 80 miliardi di lire distribuito su 2.400 clienti. Per Massimo Canavesio un precedente che non blocca le sue recenti avventure a cavallo del confine svizzero. Arrestato a Lugano e poi espulso dalla Svizzera (fino al prossimo dicembre) starebbe riorganizzando la sua rete, da Como --- --- ---

 

Trent’anni di mala-finanza Gli gnomi del raggiro e il bottino da 22 miliardi (di A. Gal.) Roberto De Gaetano, 800 miliardi di lire. Giorgio Mendella, 500 miliardi di lire. Valerio e Stefano Melloni, 130 miliardi di lire. Giampiero Addis Melaiu, 50 milioni di euro; Mario Zanzottera, 23 milioni di euro. Sono solo i top list dell'elenco dei grandi rastrellatori di risparmio "con sorpresa" nella storia recente del nostro paese. Una finanza parallela che; in 30 anni e secondo calcoli empirici, avrebbe mandato in fumo circa 22 miliardi di euro, trascinando verso il basso non tanto e non solo gli ex guru dell'investimento favoloso - alcuni dei quali anzi sono tornati in prima linea dopo aver saldato il debito con la giustizia, non quello con i clienti - ma soprattutto speranze, sogni e quasi sempre il tenore di vita di chi aveva creduto ai loro miraggi. Roberto De Gaetano, definito il "bancarottiere gentiluomo" da uno degli inquirenti che ne ha ottenuto la condanna a sette anni per il crac Ifm, ha fatto perdere le sue tracce appena prima di finire a San Vittore. Cofondatore dell'Ifm, Istituto finanziario milanese, società di intermediazione mobiliare ante. Fallì alla fine degli anni 80 provocando un terremoto sulla piazza milanese: 5mila investitori coinvolti e un passivo accertato di 80o miliardi di lire. Giorgio Mendella, patron di Intermercato, un crack a inizio anni '90 da 500 miliardi di lire e i 14.500 investitori, in buona parte tuttora convinti di un particolare accanimento della giustizia nei suoi confronti ha conosciuto nell'ordine: il carcere, la latitanza, la cattura, di nuovo il carcere, la condanna, l'affidamento ai servizi sociali. Da quattro anni sembra stia di nuovo tentando la strada della raccolta del risparmio. La Consob già nel 2004 ha bloccato una prima iniziativa per il collocamento al pubblico di titoli della Ghost Technology. Stefano Melloni, ex patron della Cofeur, e della Patrimonium Sim fallita nel 1993 dopo un tracollo da 130 miliardi di lire per 1.500 risparmiatori. Caso con una coda doppiamente amara: dopo il crac, anche la condanna a nove anni per peculato per il commissario liquidatore della Patrimonium Sim e delle società collegate, Lorenzo Zaccagnini. Un verdetto che ha condannato anche il ministero dello Sviluppo economico, in solido con il liquidatore, al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali per 3.681.838 curo. Nel capitolo risparmio tradito spunta anche una" dark lady" della finanza, Gabriella Spada, presidente del gruppo Giacomelli, abbigliamento sportivo: 800 milioni di buco, danneggiati, oltre agli azionisti della società che nel 2001 era approdata in Borsa, i circa 6.500 obbligazionisti che avevano sottoscritto il Giacomelli bond, emesso nel 2002, con scadenza 2007, per 100 milioni di curo. Il ruolo della Spada è stato ridimensionato dal processo: le decisioni operative più importanti erano prese da altri a cominciare dal marito Emmanuele Giacomelli, già condannato a nove anni: per la Spada la condanna è stata di quattro anni. I casi più recenti. Giampiero Addis Melaiu pianificatore del network Gd: la Procura di Belluno ha chiuso le indagini, 430 gli investitori coinvolti, So i milioni spariti. Luca Mario Zanzottera, relationship manager di Bsi Italia, finito in carcere per avere messo a segno un colpo da 23 milioni di euro. Insieme a Giuseppe Tripodi e Marco Paoli e a un castello di società in vari paesi, tra cui Svizzera e Ungheria, faceva sparire il denaro dei clienti in conti bancari aperti presso la Banca del Sempione, la Kdb Bank Budapest e la Julius Baer.

 

da Il Sole 24 Ore di giovedì 2 luglio 2009

fonte: Il Sole 24 Ore - 03 Luglio 09