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Il documento
La Gomorra d'Abruzzo

Qui, la testimonianza amarissima di una donna sfollata in una tendoboli de L'Aquila



Cara Redazione,

sono Pina Lauria e sono residente a L’Aquila; attualmente “abito” presso
la tendopoli ITALTEL 1, perché alla mia casa, che devo ancora finire di
pagare, è stata assegnata la lettera E, che in questo drammatico
alfabeto significa “danni gravissimi”.

Scrivo per illustrarvi alcune considerazioni, di carattere generale e,
più in particolare, relative alla qualità della vita nei campi.

Intanto, evidenzio la grande confusione che c’è nella città: a quasi due
mesi dal terremoto, viviamo ancora uno stato di emergenza. Uno dei
grandi nemici di questi giorni, e dei prossimi, è il caldo: arriveranno
i condizionatori ma risolveranno ben poco perché, come sicuramente
sapete, il condizionatore funziona in una casa, con le pareti di cemento
e con le finestre chiuse, non in una tenda, dove il sole batte a picco e
da dove si esce e si entra….inoltre, la tenda non è che si chiude
ermeticamente!

Allora, il problema vero è questa lunga permanenza nella tendopoli alla
quale saremo costretti fino ai primi di novembre. E’ assurdo ed
inconcepibile che, per saltare una “fase”, come ha detto il Presidente
del Consiglio, bisogna aspettare circa sette mesi per avere una casa,
comunque sia. E a novembre, se le cifre rimangono quelle dette dal
Governo e dalla Protezione Civile, saranno soltanto 13 mila i cittadini
aquilani che potranno lasciare le tende. Su questo vorrei chiarire che
si sta assistendo ad un balletto delle cifre che nasconde una amara
verità. Mi spiego. Queste cifre si riferiscono alle verifiche finora
effettuate ed alle risultanze avute. Si sta ragionando in questi
termini: se su un tot di case verificate, è risultata una agibilità pari
al 53%, e mantenendo questo trend, allora le case inagibili saranno
all’incirca 5.000 per 13 mila persone.

L’agibilità è stata dichiarata per le abitazioni dei paesi vicini a
L’Aquila; i quartieri nelle immediate vicinanze del centro storico, a
ridosso delle mura (Sant’Anza (il quartiere dove abito), Valle Pretara,
Santa Barbara, Pettino, tutti molto popolosi, hanno le case inagibili.

Inoltre, bisogna considerare che il centro storico ancora non viene
sottoposto ad alcun tipo di verifica perché, a tutt’oggi, è zona rossa.

Nel centro storico risiedono circa 12 mila cittadini, senza contare i
domiciliati, soprattutto gli studenti fuori sede. Allora, a novembre
dovrebbero avere la casa almeno 26.000 cittadini, facendo un calcolo al ribasso perché, considerando anche gli abitanti dei quartieri distrutti,
gli immobili da recuperare con interventi molti consistenti e, quindi,
con tempi necessariamente lunghi, sicuramente le abitazioni necessarie
dovrebbero essere sull’ordine delle 45 mila persone. Questo è il futuro che ci aspetta e lo tengono nascosto! Ma il Presidente
del Consiglio ha detto che, comunque, le tende sono già dotate di
impianto di riscaldamento, e quel”già” mi ha molto inquietato.

Non possiamo accettare di restare nelle tende fino a novembre, e
sicuramente fino a marzo del 2010!

Questo ragionamento lo stavo facendo alcuni giorni fa al campo: prima con
alcune persone, poi si sono avvicinati altri ed eravamo diventati un bel
gruppetto: dopo alcuni minuti dal formarsi dell’”assembramento non
autorizzato”, sono arrivati i carabinieri, in servizio all’esterno del
campo. Ho chiesto se ci fosse qualche problema. Mi hanno risposto che
non c’era alcun problema, ma restavano anche loro ad ascoltare.

Conclusione: dopo alcuni minuti, tutti ce ne siamo ritornati nelle
tende.Racconto questo episodio, e ne posso citare tanti altri (ad alcuni
componenti di vari comitati cittadini, che stavano raccogliendo le firme
per il contributo del 100% per la ricostruzione o ristrutturazione della
casa, è stato vietato l’accesso nei campi), per denunciare quello che
definisco la sospensione dei diritti garantiti dalla nostra
Costituzione: libertà di opinione, di parola, di movimento.

Ora, posso comprendere, anche se non giustificare, un tale comportamento
nel primo mese, che secondo me rappresenta la vera fase di emergenza, ma
far passare tale logica antidemocratica per 7 mesi, ed anche di più,
somiglia più ad un colpo di Stato che ad una “protezione civile”. Adesso
mi trovo per qualche giorno a Bologna, presso mia figlia Mara che sta
ultimando un dottorato in Diritto del Lavoro (senza borsa, perché l’Alma
Mater non aveva i fondi a sufficienza per finanziare tutte e quattro i
posti messi a bando: Mara si è posizionata terza, paga una tassa di
iscrizione al dottorato di circa 600 euro l’anno e un affitto di 500
euro mensili, più le spese); proprio questa mattina ho dovuto chiamare
il responsabile del mio campo perché la famiglia che abita con me mi ha
informato che si stavano effettuando i controlli per assegnare il nuovo
tesserino di residente al campo (ne possiedo già uno). Mi ha preso una
tale agitazione tanto da sentirmi male: questa procedura che si ripete
spesso nei campi, l’esibizione del documento e l’autorizzazione di
accesso per gli “esterni”che ti vengono a fare visita, e magari sono i
tuoi fratelli, sorelle, madri e padri che hanno trovato sistemazione in
altri campi o luoghi, il fatto che adesso, nonostante avessi
preventivato di stare un po’ di tempo con mia figlia, debba rientrare
per avere di nuovo il tesserino, dietro presentazione di un documento di
riconoscimento, anche se sono già tre volte che i responsabili del campo
hanno annotato il numero della mia carta di identità, mi scuote in
maniera incredibile. Ma la Protezione Civile mi deve proteggere in
maniera civile o mi deve trattare come se fossi in un campo di
concentramento?

Il responsabile del mio campo, quando gli ho parlato questa mattina, mi ha detto che non c’era alcun problema, che potevo tornare quando volevo, riconsegnare il vecchio tesserino e prendere il nuovo, e comunque dovevo comunicare l’allontanamento dal campo, la prossima volta che ciò sarebbe accaduto. Mi chiedo: perché devo comunicare i miei spostamenti? La tenda, adesso, è la mia casa ed ho timore che lo sarà per molto tempo, almeno fino a novembre.
Quale èla norma che mi impone di comunicare i miei spostamenti? Se mi si
risponde che si è in presenza di una situazione di emergenza, e che tale
situazione durerà mesi e mesi, allora siamo veramente in presenza di un
pauroso abbassamento del livello di democrazia!

Non sono “vaporosa”, non sono arrabbiata: sono esacerbata! Ritengo che la
nostra città stia diventando non una città da ricostruire, ma una città
“laboratorio”, in cui si vuole sperimentare il nuovo modello di società:
privo di diritti, passivo, senza bisogni: quello che ti do è frutto
della buona volontà dei volontari o dell’imperatore e lo prendi dicendo
anche grazie! Mi rifiuto! E si rifiutano i cittadini aquilani!
Sui nostri corpi, sulle nostre menti, sulle nostre coscienze, sulle nostre
memorie nessuno ha il diritto di mettere le mani!

Un’altra considerazione: le tende dell’emergenza sono tutte di otto posti, per
poter accogliere, in tempi molto brevi dopo l’evento catastrofico, il
maggior numero di persone. Di conseguenza, ci sono moltissime situazioni
di promiscuità (la vivo io stessa, con un’altra famiglia che ha due
bambini piccoli). Ritorno sempre alla considerazione di prima: una
situazione di promiscuità può essere proposta ed accettata, a causa del
disorientamento totale in cui ognuno si trova dopo un evento così
terribile, per un mese, ma non per 7 o più mesi! In alcune tende sono
insieme anche tre nuclei familiari! Mi chiedo: non si vogliono
utilizzare i containers, ma allora il Presidente del Consiglio, che ha
tante bellissime idee (sulle donne, sui giudici, sul Parlamento, sulla
Costituzione) perché non pensa a far arrivare tende da quattro? O
meglio, perché non riesce a garantire, da subito, una sistemazione
dignitosa, senza costringermi ad andare sulla costa o in appartamenti
situati nell’ambito della Regione Abruzzo, sicuramente non a L’Aquila,
dove vi è la distruzione totale?

Proprio ieri, un gruppo di psicologi ha affermato che tale situazione di
promiscuità sta distruggendo le famiglie perché, a parte le discussioni
che ci sono, dalle cose più grandi a quelle più piccole (pensate che si
sta litigando anche per i condizionatori, quelli che li hanno, perché
alcuni li vogliono accesi, i “coinquilini” li vogliono spenti; chi vuole
guardare la televisione e chi vuole riposare), la mancanza di intimità e
di momenti privati determina nervosismo e sensazione di annullamento di
ogni sentimento, senza considerare che nei campi non esiste nessun
momento di intimità, né nei bagni, né nelle docce, né a pranzo né a cena.
Non posso restare in silenzio ed accettare passivamente: voglio essere
protagonista della mia vita e della ricostruzione della mia città, e non
voglio sentirmi come una partecipante del Grande Fratello! Non abbiamo
intenzione, noi aquilani, di essere triturati dalla società
dello spettacolo: alle menzogne mediatiche opporremo la nostra
intelligenza, volontà e coraggio….e la nostra rabbia.

L’Aquila è la mia, la nostra città e non è in vendita, per nessuno!
Spero che questa mia lettera venga da voi presa in considerazione: sono
forte, coraggiosa…come tutti voi e spero che possiate darmi voce.

Vi ringrazio, di cuore…anche se spezzato!

Ciao a tutti

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Non siamo Anno Zero, non siamo importanti, ma ascoltiamo almeno una di
noi. Inoltriamo anche queste voci, e di Donne…Credo che anche questa
sia Informazione, leggere una lettera, come quella di Pina e
diffonderla. Ciao Povera Patria…
Doriana Goracci

p.s. per entrare in dettagli “economici”,
leggetevi questo se credete
__._,_.___

Link
http://abruzzo.indymedia.org/article/6601
Doriana Goracci - 17 Giugno 09