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La necessità di un'astensione al referendum

Referendum, l’astensione è la sola via di salvezza
di Mario Pirani

Repubblica 8 giugno 09

Portò male a Bettino Craxi l’invito a recarsi al mare in occasione del referendum sulla preferenza unica, per cui, per scaramanzia, mi guarderò dal ripetere l’incitamento. Ciò detto, credo doveroso spiegare ai lettori di questa rubrìca perché, anche restando in città, reputi doverosa l’astensione alla consultazione referendaria del 21-22 giugno, questione che non ho toccato fino alla chiusura delle urne per le Europee per tema di contribuire ad altre diatribe all’interno del centrosinistra. Oggi, però, è bene che le grandi preoccupazioni per un’eventuale vittoria del Sì siano esposte con chiarezza.

Va rammentato, innanzi tutto, che quando, due anni orsono molti firmarono la richiesta di referendum modificativo della legge, soprannominata dai nostri stessi estensori “porcellum”, ci si illudeva di spingere il Parlamento ad emanare sotto la spinta popolare un nuovo testo di legge, rispettoso delle norme basilari della democrazia parlamentare. Gli aspetti assurdi delle modifiche referendarie vennero, così, sottovalutati, forse pensando che, comunque, non sarebbero mai entrati in vigore. Purtroppo, la situazione è fino a tal punto peggiorati che quel che ieri sembrava assurdo appare oggi assolutamente normale per il pieno dispiegarsi del dominio berlusconiano.
Il Presidente del consiglio ha, infatti, dichiarato apertamente in un impeto di sincerità che se la legge attuale gli va benissimo, ancor meglio gli andrà se verrà modificata nel senso voluto dal referendum. Comunque non è il caso di metter mano a una nuova legge.

Riassumo per chi non ha ben presente i dettagli del quadro. L’attuale ‘porcellum’ presenta, tra gli altri, due punti particolarmente esiziali: a) le liste bloccate, senza preferenze, formate da candidati scelti nell’ordine voluto dalle segreterie del partito. Non solo i cittadini ma le stesse assemblee di partito o primarie che siano vengono così  espropriati della facoltà di scegliere i candidati preferiti. Sono praticamente eletti prima del voto i nomi imposti dal Capo o dalla ristetta nomenclatura di vertice; b) il premio di maggioranza viene suddiviso tra le liste collegate o in coalizione tra loro che abbiano ottenuto la maggioranza relativa dei voti. Ciò vuol dire che se una coalizione è prima ma con meno del 50% dei suffragi, si vedrà comunque assegnato il 55% dei seggi.

Era difficile far di peggio ma un esito positivo del referendum vi riuscirebbe. In particolare il premio di maggioranza non sarebbe più suddiviso tra la coalizione vincente ma spetterebbe ad un solo partito, quello col più alto numero relativo di voti. In pratica se il Pdl risultasse in testa, ad esempio, col 40% dei voti, incamererebbe da solo il 55% dei seggi parlamentari. Lo stravolgimento della democrazia rappresentativa non avrebbe più limiti. La modifica unilaterale della Costituzione, secondo gli intendimenti di Berlusconi, ne sarebbe grandemente facilitata. Gli basterebbe con alta probabilità l’assenso della Lega per sfuggire persino al referendum confermativo per i cambiamenti costituzionali. Così anche tutte le nomine che oggi richiedono un assenso ampio (Presidente della Repubblica, Giudici costituzionali, Autorità indipendenti, Commissioni di garanzia) finirebbero soggette al partito di maggioranza assoluta.

Quel che resta dell’equilibrio tra i poteri dello Stato verrebbe affossato.

Sarebbe un suicidio annunciato se il Pd, inseguendo il sogno perverso di riassorbire per questa via i partitini molecolari di una sinistra dispersa, finisse per assicurare un potere senza limiti al suo maggiore avversario.

E, poiché il referendum non passa, se la maggioranza assoluta degli elettori non si presenta alle urne, ne consegue che la sola via che resta per non finire in un regime a due partiti unici, l’uno sempre al governo, l’altro sempre all’opposizione è l’astensione.

Mario Pirani

di gea - 09 Giugno 09