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Il documento
Chi decide sulla propria vita?

Pubblicato in questi giorni da MicroMega, da me ripreso dal sito della Fondazione Roberto Franceschi, questo che segue è un confronto a quattro sul tema della vita e della morte, sulla possibilità di disporne in intima profonda libertà e nei momenti cruciali. E' un confronto che mette in luce esaurientemente gli aspetti che si dibattono in questo periodo, più intensamente dai giorni decisivi della sorte di Eluana Englaro. Qui ci sono il parere dell'esperto di Diritto, del medico e deputato, del cardinale, del padre. Il confronto si fa teso quando a scambiarsi parole sono il papà Englaro e il cardinale Barragan. Attraverso questo documento si possono desumere informazioni sufficienti a comprendere gli aspetti della delicata e drammatica materia. Si confrontano dunque: Beppino Englaro, Javier Lozano Barragan, Ignazio Marino e Stefano Rodotà e il colloquio è avvenuto lo scorso novembre...

CHI DECIDE SULLA PROPRIA VITA?

Un confronto senza perifrasi tra Beppino Englaro, il card. Javier Lozano Barragán (ministro della Salute del Vaticano), Stefano Rodotà (giurista) e Ignazio Marino (medico cattolico, oggi senatore del Pd).

14 novembre 2008

Beppino Englaro : Sedici anni fa la mia famiglia ha vissuto una tragedia umana, di quelle che possono purtroppo capitare a tutti. A questa tragedia, però, se ne aggiunse una seconda, artificiale e, in quanto tale, assolutamente evitabile. Un anno prima dell’incidente di Eluana un suo amico si trovava nello stesso reparto di rianimazione in cui si è poi ritrovata Eluana e avevamo avuto modo di conoscere bene quella condizione, avevamo avuto occasione di discuterne in famiglia ed Eluana si era resa conto di che cosa fosse la rianimazione a oltranza. Quando Eluana ebbe l’incidente, i medici ci dissero che bisognava attendere le prime 48 ore, che sono quelle significative per capire se c’è una possibilità di vita. Passate le prime 48 ore, ci dissero di attenderne altre 48 e, trascorse anche queste, ci comunicarono che intendevano procedere con la tracheotomia. A quel punto noi facemmo presente ciò che ci aveva indicato Eluana: per lei, e per noi, era assolutamente ovvio e naturale che in una situazione del genere venissero rispettate le sue indicazioni, che erano quelle di essere lasciata morire.
E qui inizia la tragedia artificiale: i medici ci dissero che per nessuna ragione al mondo potevano prendere in considerazione queste indicazioni. Ci trovammo completamente scoperti nel dialogo medico-paziente, eravamo convinti che, grazie alla grande conquista del consenso informato, le indicazioni di Eluana e le nostre avrebbero contato. Senza il consenso del paziente non si può procedere neanche a un prelievo di sangue e quindi noi non ci saremmo mai aspettati che qualcuno potesse disporre della vita di qualcun altro senza il benché minimo dialogo, senza prendere in considerazione la volontà del paziente attraverso la sua famiglia. Mai ci saremmo aspettati che altri potessero disporre del nostro personalissimo bene vita, senza dialogare e, dal momento che Eluana non era più capace di intendere e volere, davamo per scontato che la sua famiglia potesse dar voce a questa creatura. Noi avevamo fatto quelli che io chiamo dei taciti accordi di sangue: per noi la libertà di disporre del nostro personalissimo bene vita è intangibile e mai ci saremmo aspettati che altri invece avessero un potere sulla nostra vita.
Abbiamo pagato a caro prezzo la mancata conoscenza di questi poteri e di questi doveri dei medici per primi, e del limite fino a cui si potessero spingere. Con l’esperienza dell’amico di Eluana, noi ci eravamo resi conto personalmente come operano i protocolli rianimativi e quale fosse la loro invasività, ed Eluana ne era rimasta sconvolta. Lei era ritornata a casa e ci aveva detto: se mai dovessi trovarmi in una situazione del genere voi dovete intervenire, ricordatevelo! Noi ci provammo, ma non ci saremmo mai aspettati di dover attendere 5.750 giorni – 15 anni e 9 mesi – per ottenere una sentenza che ribadisce i princìpi fissati dalla nostra Costituzione. Sedici anni fa io feci una promessa a me stesso e a mia figlia: quei medici avrebbero risposto fino alla fine dei suoi giorni delle decisioni che stavano prendendo.
Oggi sono esattamente 6.080 giorni – 16 anni, 7 mesi e 21 giorni – che portiamo avanti questa battaglia. Quanto al ruolo che in questi dibattiti ha la Chiesa, io penso una cosa molto semplice: chi è cattolico ha tutto il diritto di seguire la dottrina della Chiesa su questi temi. Ma né Eluana né io ci riconosciamo nella Chiesa e pertanto vogliamo essere liberi di seguire la nostra coscienza. Per cui la domanda che io mi pongo è: con quale diritto si decide sulla vita degli altri?

card. Javier Lozano Barragán  : Voglio innanzitutto esprimere la mia compassione e la mia simpatia ai genitori di Eluana e a Eluana stessa. Il punto che voglio mettere in evidenza è il seguente: la Chiesa cattolica non impone a nessuno alcun obbligo, la Chiesa propone. Per cui, chi non è cattolico può liberamente decidere di non seguire le indicazioni della Chiesa. Nella Chiesa vige la più piena libertà di coscienza. Non viviamo più in tempi in cui la fede si imponeva con la spada. Non c’è nella Chiesa oggi alcun atteggiamento da Inquisizione, nessuno vuol mandare al rogo chi la pensa diversamente. Per cui la domanda «con quale diritto si impone qualcosa» è mal posta nei confronti della Chiesa.

MicroMega : Per cui, stando alle sue parole, lei sarebbe pienamente favorevole a una legge che lasci totale libertà ai singoli individui di decidere liberamente e in coscienza cosa fare della propria vita quando si trovino in certe circostanze.

Barragán : Lei ha detto molto bene: «in coscienza». Per noi cattolici la coscienza è l’ultimo criterio dell’agire. La coscienza ben informata, però. Dunque, se qualcuno vuole avere una coscienza cattolica ben informata, allora deve sapere che cosa pensa la Chiesa e agire secondo la sua coscienza.

MicroMega : Mi permetto di ripeterle la domanda: quindi sarebbe a favore di una legge che…
 
Barragán : Mi scusi però, io non sono qui per dire se sono a favore o no di questa o quella legge. Sono qui per dire quali sono i nostri princìpi su questi temi. Insomma, è come la campana che suona: se qualcuno vuole andare a messa va a messa, e sennò rimane a casa. Piena libertà.
Se poi mi si chiede, a titolo informativo, quali sono questi princìpi, li espongo ben volentieri. Il primo è il principio naturale, secondo il quale la vita non si possiede, si è la vita. Una persona è la vita, che dunque non è qualcosa di disponibile. Non possiamo dire: ho la libertà di togliermi la vita. Il secondo è il principio teistico: noi non abbiamo creato l’universo, noi siamo il numero 2 e dipendiamo dal numero 1 e questo numero 1 noi lo chiamiamo Dio. Sappiamo che riceviamo la nostra vita dalla fonte della vita che è Dio, e quindi questa vita non ci appartiene, l’abbiamo ricevuta in amministrazione, pertanto noi non dobbiamo disporre di essa arbitrariamente.
Terzo principio: questa vita la dobbiamo custodire sempre, con i mezzi proporzionati. Questo significa che, quando ci si trova nella tappa terminale, i mezzi proporzionati per sostenere la vita devono essere sempre attuati, mentre i mezzi sproporzionati non devono essere attuati. Noi siamo pertanto contrari all’accanimento terapeutico, cioè all’uso di terapie che non servono ad altro che a prolungare, di fronte a un’imminente morte, una penosa agonia.
Il quarto principio riguarda l’idratazione e la nutrizione che, siccome non sono terapie, non rientrano nel quadro dell’accanimento terapeutico. Ma – e siamo al quinto principio – può darsi che in alcuni casi anche la nutrizione e l’alimentazione siano sproporzionate perché non fanno altro che mantenere una penosa agonia e, in questo caso, non siamo obbligati a sostenerle.
Il sesto principio: poiché una persona non ha la libertà di disporre della propria vita, allora non può dire a un medico: voglio che tu mi ammazzi. In questo caso il medico deve assolutamente rifiutare. La persona non ha la libertà di disporre in questo senso della sua vita, perché la sua vita e la sua persona sono inalienabili. Infine, l’ultimo principio è che il medico non può agire contro la volontà del paziente chiaramente espressa, non interpretata.
Questi sono i nostri princìpi e se qualcuno vuole procedere secondo la dottrina cattolica, allora deve adeguarsi a questi princìpi. Se invece non è cattolico può fare quello che vuole.

MicroMega : Alla luce di questi princìpi – dal rifiuto dell’accanimento terapeutico all’impossibilità dei medici di agire contro la volontà del paziente – come valuta il caso di Eluana Englaro?

Barragán : Senta noi esponiamo i nostri princìpi e pensiamo che ogni persona abbia l’intelligenza sufficiente per poter adeguare questi princìpi a un caso specifico, andare al di là sarebbe un’offesa all’intelligenza delle persone.

Stefano Rodotà : Voglio partire dalle considerazioni che ha fatto il cardinale con l’abituale chiarezza, in particolare quella secondo la quale la Chiesa cattolica indica i propri princìpi, che dovranno essere poi applicati alle singole situazioni a seconda che si sia credenti oppure no, e mi pare che il rispetto della libertà di coscienza che il cardinale ha sottolineato sia un fatto di enorme importanza.
Cerco di trasferire questo discorso sul terreno che mi è più familiare, cioè quello delle regole di diritto. Il signor Englaro ha ricordato che sono passati più di 15 anni prima di avere una pronuncia dei giudici che orientasse in questa materia i comportamenti da tenere. Si tratta della sentenza della Cassazione del 16 ottobre 2007. Da un punto di vista laico – non nel senso di chi si oppone al credente, ma di chi invece trae conseguenze dai princìpi dell’ordinamento giuridico nel quale vive – quella sentenza della Corte di Cassazione è impeccabile ed è una delle sentenze più rigorose che io abbia letto. E mi dispiace molto che sia stata considerata una sentenza approssimativa, arbitraria, addirittura invasiva di quelle che sono le competenze del legislatore.
I problemi di vita sono sempre drammatici e non sono riducibili a un unico schema, ognuno di noi è diverso dagli altri, le situazioni in cui ci si trova sono sempre incomparabili. Di fronte a questa complessità, è impossibile per il legislatore dettare una disciplina analitica. E allora è necessario avere un mediatore tra i princìpi – princìpi che si ritrovano nella Costituzione, nelle grandi leggi dello Stato, nei documenti internazionali sottoscritti dall’Italia – e i casi concreti. Ed è esattamente quello che ha fatto la Corte di Cassazione. Questo rapporto princìpi-caso concreto è fondamentale. Lo stesso cardinale, su un punto peraltro molto controverso, ha messo in evidenza che possono esserci casi in cui persino l’idratazione e l’alimentazione forzate, che dal suo punto di vista non costituiscono presidi terapeutici e come tali non rientrano tra le cure che la persona può rifiutare, possono essere ritenuti sproporzionati e quindi configurare un vero e proprio accanimento terapeutico.
La Corte di Cassazione è partita da alcune norme chiave del nostro ordinamento. La prima è l’articolo 32 della Costituzione, quello che riguarda la salute. Un articolo lungimirante, nel quale una volta di più i costituenti italiani diedero prova di quella capacità di guardare lontano, di cui ha parlato quel grande giurista che era Piero Calamandrei, che definì la nostra una Costituzione «presbite». Intorno all’articolo 32, come intorno ad altri articoli chiave della nostra Costituzione, ci fu un’importante e significativa concorrenza tra le grandi correnti di pensiero – cattolica, socialista, liberale – che erano presenti nell’Assemblea costituente. Era molto recente la vicenda drammatica delle sperimentazioni dei medici nazisti e quindi si aveva la consapevolezza della necessità di stabilire un punto invalicabile per lo stesso legislatore. L’articolo 32 non ci dice soltanto che la salute è un diritto fondamentale della persona, non ci dice soltanto che i trattamenti obbligatori possono essere previsti esclusivamente dalla legge, ma ci dice soprattutto che questi trattamenti non possono mai violare il rispetto dovuto alla persona umana. Durante la discussione per la stesura dell’articolo si parlava di «dignità» della persona, che sarebbe già stato un concetto molto forte. Alla fine però si è scelto di tutelare la «persona» nella sua interezza. Non c’è nessuna norma della Costituzione così forte, perché anche l’altro articolo richiamato dalla sentenza della Cassazione, che è l’articolo 13, quello sulla libertà personale, prevede che la legge e il giudice possano limitare in casi particolari la libertà personale. Quando entra in gioco la salute, cioè il governo del sé, le decisioni che riguardano il nostro corpo e il nostro vivere, questo potere del legislatore non c’è. Quando c’è in gioco il rispetto della persona umana, il legislatore si deve fermare. Siamo di fronte a ciò che è indecidibile, ma non in assoluto: indecidibile da persona diversa dall’interessato. Ecco come ha ragionato la Corte di Cassazione: estraendo dei princìpi e applicandoli poi al caso di Eluana Englaro.
Per cui non c’è alcuna invasione del campo del legislatore da parte dei giudici, anzi la Corte di Cassazione ha rispettato le indicazioni del legislatore, e del legislatore al più alto grado, cioè del legislatore costituzionale, riferendosi agli articoli 3, 13 e 32 della Costituzione. E che cosa ha detto? Primo, che in presenza di situazioni come quella di Eluana Englaro, è possibile ricostruire in maniera univoca la volontà della persona. E io sarei molto prudente nel dire che non possiamo ricostruire la volontà di qualcuno indirettamente. Rovesciamo per un momento l’argomentazione. Poniamo che io abbia dichiarato nel mio testamento biologico che non voglio che una serie di pratiche vengano usate per tenermi in vita e che successivamente, mentre mi trovo nell’impossibilità di esprimere la mia volontà, venga ritrovata una lettera da cui si evince che avevo cambiato idea: non dovremmo tenerne conto solo perché si tratta di una ricostruzione indiretta della mia volontà?
La Cassazione ha poi affermato che in particolari casi si può rinunciare anche a quelle pratiche – l’alimentazione e l’idratazione – che da alcuni sono ritenuti strumenti di sopravvivenza e non vere e proprie cure. Il ragionamento è molto limpido. E quindi c’è da attendersi che le resistenze che si stanno manifestando siano vinte non perché ci sia una ideologia o un punto di vista che prevale, ma perché sono costituzionalmente non legittime.

Ignazio Marino : Per me, anche emotivamente, è molto difficile parlare di Eluana, perché la famiglia mi ha consentito di andarla a trovare e io con difficoltà separo il volto di Eluana nelle fotografie che spesso vediamo sui giornali dal volto di questa donna, ormai vicina ai 40 anni, che giace da 16 anni in un letto di ospedale senza nessuna relazione con il mondo esterno, e vorrei quindi, se me lo permettete, fare un ragionamento più generale e non sulla persona di Eluana.
Io credo che ci possa essere un punto di partenza comune per chi ha un approccio laico e per chi ha un approccio da credente. Io sono un credente e penso che non vi sia una sostanziale differenza tra quanto recita l’articolo 32 della Costituzione, che sottolinea come nessuno di noi possa essere sottoposto a una terapia senza un esplicito consenso, e quello che dispone il catechismo della Chiesa cattolica, che indica la possibilità di dare indicazioni su quali limiti noi vogliamo nell’utilizzo della tecnologia di cui oggi disponiamo.
Questa discussione avviene oggi e non poteva avvenire sessant’anni fa perché, per esempio, l’invenzione del respiratore automatico è del 1952, quella della nutrizione artificiale, enterale o paraenterale, è ancora più recente, risale alla fine degli anni Sessanta, inizio degli anni Settanta. È chiaro quindi che ci troviamo di fronte a delle possibilità offerte dalla tecnologia e credo che tocchi alla singola persona, sulla base della sua cultura, delle sue scelte, della sua fede – se ne ha una – decidere fino a che punto utilizzarle. Ho lavorato per quindici anni con Thomas Starzl, il chirurgo che ha eseguito per la prima volta nella storia dell’uomo un trapianto di fegato e ricordo una frase che lui ci ripeteva spesso: l’esistenza di una tecnologia non implica l’obbligo di utilizzarla. E io completerei questa sua frase dicendo che, anzi, l’utilizzo di una tecnologia in ogni circostanza rischia di trasformarsi in idolatria della scienza, con conseguente perdita dell’umanesimo e forse in alcune circostanze anche della carità cristiana.
Ora, per venire al punto centrale della nostra discussione, voglio spiegare con un esempio a cosa serve il testamento biologico. Poniamo che io abbia un cancro all’esofago e che da un certo momento in poi non mi possa più nutrire attraverso la deglutizione. Se il medico mi proponesse un piccolo intervento, tutto sommato anche poco rischioso, che consiste in un’incisione nell’addome per il posizionamento di un tubo di plastica per nutrirmi artificialmente, io potrei dire di sì e prolungare forse anche di un anno la mia vita, o potrei dire di no e nessuno potrebbe impormi quella nutrizione artificiale. Poniamo però che io, per qualche motivo, entri in coma: se ho lasciato scritto che non voglio usufruire di quella tecnologia, è difficile comprendere il motivo per cui queste volontà chiaramente espresse non debbano essere prese in considerazione solo per il fatto che non sono più nelle condizioni di comunicare direttamente.
Nel caso di persone in stato vegetativo permanente, il punto non è se la loro sia una vita degna o no. Anzi, semmai è una vita che richiede più attenzioni proprio perché dipende interamente dal supporto di mani e intelligenze esterne. Il punto è se quella persona conserva la possibilità di lasciare delle indicazioni sulle terapie che vuole siano eseguite e su quelle che intende rifiutare. Insomma, è possibile conservare per quella persona quei diritti che l’articolo 32 della Costituzione indica con molta chiarezza per tutti noi?
Una persona che si trova in stato vegetativo permanente non riceve soltanto la nutrizione e l’idratazione, alle quali possiamo dare un grande significato simbolico, ma, se ha avuto un incidente, riceverà certamente anche i farmaci contro l’epilessia, altrimenti morirebbe per un episodio di epilessia, e i farmaci che servono per prevenire la formazione di coaguli nelle vene. Persino sui voli di lunga tratta raccomandano di alzarsi e camminare per evitare che si formino dei coaguli. Ora, immaginiamo cosa succederebbe se un corpo venisse abbandonato soltanto con la nutrizione e l’idratazione non dico per 16 anni, ma anche solo per qualche settimana in un letto: certamente andrebbe incontro a una tromboembolia polmonare. E poi è chiaro che possono svilupparsi con facilità, nell’immobilità di un letto, infezioni delle vie respiratorie, e poi anche delle vie urinarie, e quindi, quando queste complicanze si presentano, bisogna somministrare degli antibiotici, altrimenti la sepsi porterebbe a morte quella persona.
A questo si aggiungono tutte quelle terapie fisiche che debbono essere fatte, alcune anche molto invasive per la persona. In molte situazioni, per esempio, è necessario svuotare manualmente l’intestino. Insomma ci sono una serie di «intrusioni» nel corpo di queste persone, che alcuni di noi vorrebbero ma altri no.
Ecco perché io nel rivedere il disegno di legge sul testamento biologico che avevo già presentato nella scorsa legislatura, ho voluto integrarlo con un ampio capitolo sulle cure palliative e sull’assistenza al dolore. Affinché sia chiaro che quella che propongo non è una legge per «staccare la spina», ma una legge per consentire a chiunque di avvicinarsi nella parte finale della propria vita con il massimo di alleanza terapeutica con i medici e gli infermieri che lo assistono, con la possibilità di accesso alle terapie per il dolore e a quelle strutture come gli hospice, dove vengono praticate le cure palliative, e che sono ancora terribilmente carenti nel Sud del paese: basta ricordare che su 120 hospice presenti in Italia, 103 sono nel Nord, con 25 milioni di abitanti, e solo 17 nel Sud, con 23 milioni di abitanti. E infine una legge che garantisca a tutti il diritto sancito dall’articolo 32 della Costituzione, e cioè di poter indicare che al di là di un certo grado di malattia si preferisce rinunciare alle terapie.

Englaro : La medicina non dovrebbe essere al servizio della vita intesa come non morte cerebrale, ma della vita della persona nella sua interezza e complessità. Lo stato vegetativo iatrogenico di Eluana era ed è per i medici una vita con gravi handicap. Ma Eluana aveva una idea molto chiara della vita, e la vita per lei era libertà di vivere, non condanna a vivere. Noi l’avevamo sempre definita in casa «un purosangue della libertà».
Ci siamo resi conto che prima i medici e poi i magistrati ci volevano addirittura tutelare da noi stessi. Noi con il dialogo avevamo già ben definito le nostre rispettive concezioni di libertà, dignità, vita e morte, e non ci saremmo mai aspettati di trovare qualcuno che pretendesse di tutelarci da noi stessi e di dover attraversare un deserto per ben 5.750 giorni, prima di arrivare a una sentenza che stabilisse princìpi di diritto allineati con la nostra legge principale: la Costituzione. Noi siamo stati, per questi 5.750 giorni, delle vittime sacrificali di Stato.
Il professor Marino l’ha spiegato molto chiaramente: il fatto che esistano tecnologie in grado di mantenere in vita a oltranza un corpo non implica l’obbligo di utilizzarle. Eluana si era resa conto nel concreto di come venivano usate queste tecnologie e aveva fatto presente che mai avrebbe voluto che si utilizzassero su di lei. Noi siamo stati i primi a sollevare il problema in Italia. Non ci saremmo mai potuti immaginare che qualcuno avesse il potere di costringere a vivere senza limiti. Solo avendolo vissuto sulla nostra pelle ce ne siamo resi conto. Ed è iniziato il nostro calvario. Abbiamo dovuto aspettare più di 15 anni e ben 7 sentenze – in cui si evocava addirittura l’eutanasia omissiva – per arrivare a questa pronuncia storica della Cassazione che stabilisce quello che noi in casa pensavamo fossero i diritti più naturali del mondo: che nessuno poteva costringerci a vivere senza limiti, che il diritto di lasciarsi morire non ha niente a che vedere con l’eutanasia, e che l’alimentazione e l’idratazione artificiale sono un presidio terapeutico. E non è ancora finita, perché non ci consentono di dare attuazione al decreto della Corte d’Appello di Milano del 9 luglio scorso.
E in tutto questo devo anche sentirmi definire «assassino» da alcuni esponenti della Chiesa. Lo stesso cardinale Barragán, in una dichiarazione che ho letto su una nota di agenzia del 3 settembre, ha giudicato così chi intende sospendere l’alimentazione e l’idratazione artificiale. Siamo di fronte a un vero e proprio fondamentalismo confessionale.

Barragán : Ribadisco quanto ho detto nel mio primo intervento: se una persona si oppone a una cura, i medici non possono applicare la cura alla quale la persona si oppone. Però se quella persona che si oppone chiede se secondo la Chiesa cattolica si deve opporre o no, allora noi dobbiamo rispondere che non si può rinunciare alla vita. Ma questo non significa vivere senza limiti, questo è impossibile. Certamente i medici hanno l’obbligo di conservare la vita, però non contro la volontà esplicita del paziente.
Quanto all’alimentazione e all’idratazione, il senatore Marino ha spiegato molto bene che di solito assieme all’idratazione e all’alimentazione vengono somministrate delle terapie e sono queste terapie che possono costituire accanimento terapeutico, non l’idratazione come tale né la nutrizione come tale. Dunque io posso ancora sostenere la tesi che l’idratazione e la nutrizione non sono terapie in se stesse. E allora è impensabile imporre a una persona che sta già molto male, di morire per fame e sete.
Questa è la mia posizione: chiunque – non mi riferisco a questo caso concreto, parlo in generale – impedisce la nutrizione e l’alimentazione a una persona, la sta ammazzando. Altra cosa è ciò che ha detto il professor Marino, col quale sono assolutamente d’accordo, e cioè che, insieme con la nutrizione e con la idratazione, si somministrano farmaci che possono costituire accanimento terapeutico. Questo è il mio pensiero e ribadisco: se non mangiamo e non beviamo muoriamo.

Englaro : Guardi che la Corte di Cassazione ha stabilito che la nutrizione e l’idratazione artificiale sono presidi terapeutici; quindi in base alle nostre leggi noi possiamo dire sì o no a questi presidi terapeutici, comunque invasivi delle libertà personali.

Barragán : Mi scusi, ma io non sto parlando della legge italiana, anche perché io non sono italiano. Io sto parlando delle cose secondo la mia ragione. Se poi una legge dice un’altra cosa e qualcuno vuole tenere più in considerazione quella legge, che la faccia, però io non le sto parlando, anche perché non ho diritto di farlo, della legge italiana, né sto giudicando il Senato o la Corte di Cassazione. Io dico come dovrebbero stare le cose secondo la Chiesa cattolica, non secondo la legge italiana, perché io non entro nelle questioni interne del paese.

Englaro : Ma in Italia sono valide le leggi italiane o no?

Barragán : Io non sono italiano.

Englaro : E allora cosa è venuto a fare? A dirci che non è italiano?

Barragán : Io non sono venuto in Italia, sono venuto al Vaticano, sono ministro del Vaticano, e parlo per conto del Vaticano, non entro nelle questioni italiane.

Englaro : Io invece sono un cittadino italiano e parlo da cittadino italiano.

Barragán : Bene, e io non pretendo di dire nulla sulla sua Costituzione, che rispetto totalmente, perché sono ospite in Italia, benché stia nel Vaticano, però non mi intrometto nelle questioni italiane.

Rodotà : Io penso che sia assolutamente legittimo che la Chiesa esprima i suoi punti di vista, che ritenga, come ha detto nel suo primo intervento il cardinale Barragán, che la vita sia un dono e come tale indisponibile per gli uomini. Il punto è che, invece, dal punto di vista giuridico questa disponibilità c’è e ci sono una serie di casi anche clamorosi a testimoniarlo, come quello della signora che ha rifiutato l’amputazione di una gamba ed è morta, o più in generale il rifiuto delle trasfusioni ritenuto legittimo per i Testimoni di Geova, anche nel caso in cui questo rifiuto comporti la morte della persona.
La legislazione italiana e i princìpi generali che ormai ispirano tutta una serie di documenti internazionali, non soltanto la nostra Costituzione, attribuiscono alla volontà delle persone le decisioni riguardanti il vivere e il morire. Questo ormai è un punto accertato, indiscutibile. Quindi l’argomento: non possiamo risolvere la questione Englaro, perché il diritto è carente, a mio giudizio è un argomento infondato. E con fatica anche la giustizia italiana, con la sentenza della Cassazione di cui abbiamo parlato, è arrivata a questa conclusione, ragionando sui princìpi, non imponendo un punto di vista, perché tutti i punti di vista in democrazia sono legittimi, ma poi hanno valore normativo soltanto quelli che sono stati riconosciuti attraverso una procedura democratica.
Ora la Costituzione è un documento che è stato riconosciuto da una procedura democratica, è stato votato dai costituenti, è il fondamento della nostra convivenza civile, quindi discutere, parteggiare o no per la Costituzione è, dal punto di vista della libertà di opinione di ciascuno di noi, legittimo, ma nel momento in cui la Costituzione diventa il riferimento deve essere rispettato.
Sono pertanto sbalordito, e la ritengo una regressione culturale, avere sollevato, da parte delle Camere, un conflitto di attribuzione davanti alla Corte Costituzionale, perché i giudici della Cassazione non hanno fatto altro che applicare princìpi generali a un caso concreto con una argomentazione che, insisto, è di straordinaria linearità e rigore.
E allora, mentre da parte delle gerarchie ecclesiastiche al massimo livello, come ha fatto il cardinale Barragán un momento fa, si dimostra e si sottolinea la necessità di tenere distinto il punto, assolutamente legittimo, della religione cattolica da quelle che possono essere poi le determinazioni di una specifica legislazione nazionale, molti politici italiani non si comportano così. Per fare un esempio, il presidente della regione Lombardia non fa mistero del fatto che le sue convinzioni personali non gli consentono di far sì che strutture dipendenti dalla regione Lombardia possano dare attuazione a quello che è un legittimo provvedimento della magistratura, e la motivazione formale da lui addotta è che manca una norma che preveda quello specifico comportamento. Il che è un sofisma, perché se ogni comportamento richiedesse una norma specifica, rischieremmo la paralisi dell’amministrazione pubblica. Siamo di fronte a un vero e proprio caso di denegata giustizia, come nella prima ordinanza del Tribunale di Roma sul caso Welby, quando, in presenza di princìpi chiarissimi, quel giudice disse che l’intervento che avrebbe consentito a Welby di morire con dignità non poteva essere legittimato perché non c’era una norma specifica.
Anche qui siamo di fronte a una denegata giustizia, perché davanti a un chiarissimo provvedimento giudiziario, un’amministrazione si rifiuta di dargli esecuzione. Non è la prima volta, ma in questo caso è estremamente grave.
Siamo di fronte a una regressione culturale e politica di cui fa drammaticamente le spese una persona che da più di 16 anni si trova in quella condizione.
Uno dei grandi problemi della nostra vita civile oggi è il rapporto tra la vita e le regole, il modo in cui qualcuno usa le regole per impadronirsi delle vite degli altri.
Altri politici cattolici in passato avevano la grande dignità di affermare i princìpi dello Stato senza negare le loro convinzioni religiose personali. Purtroppo questo confine oggi è oltrepassato, e questo rende la situazione che abbiamo di fronte particolarmente difficile.

Marino : Stefano Rodotà sottolineava l’insensatezza del conflitto di attribuzione tra il parlamento e la magistratura italiana che è stato sollevato in relazione alla sentenza che riguarda Eluana Englaro. A questo proposito sono stato intervistato ad agosto dalla Bbc e confesso che ho trovato difficoltà a spiegare per quale motivo, visto che il parlamento è il luogo dove si scrivono le leggi, invece di sollevare un conflitto di attribuzione, non si approvasse una legge. E non è una battuta. Il nostro parlamento si occupa di questo argomento da tre legislature, nella legislatura passata abbiamo ascoltato 49 esperti della materia – esperti di bioetica, di anestesia e rianimazione, di stati vegetativi, neurologi, rappresentanti delle associazioni, esperti di giurisprudenza – e abbiamo tenuto un convegno internazionale al Senato, alla presenza del capo dello Stato, a cui ha partecipato anche il cardinale Barragán, in cui sono stati ascoltati i punti di vista delle principali religioni monoteiste. Eppure una legge ancora non si è fatta.
Credo che i vescovi abbiano un compito difficilissimo, che è quello di educare le coscienze. I politici hanno invece il compito di fare le leggi che rispondano alla coscienza, alla cultura, alle esigenze di uno Stato laico.
Vediamo spesso, purtroppo, politici che cercano di sollecitare l’intervento di un vescovo a sostegno delle loro posizioni o che cercano di trovare nelle parole di un prelato la giustificazione del percorso che stanno seguendo in parlamento.
Come ho già detto, quella che sto proponendo in parlamento non è una legge per staccare la spina, ma è una legge per dare a ciascuno la libertà di scelta, libertà che in questo momento, nel nostro paese, non è rispettata. Una delle audizioni più «violente», ma anche una delle più importanti, per i suoi contenuti, che abbiamo avuto al Senato è stata quella dei rappresentanti degli anestesisti e dei rianimatori italiani che ci hanno detto che, secondo uno studio scientifico fatto nelle rianimazioni del nostro paese, nel 62 per cento delle situazioni di fine vita i nostri rianimatori decidono di praticare quella che loro chiamano la desistenza terapeutica, cioè sospendono le cure. E come lo fanno? Lo fanno spesso senza discutere, senza parlarne con nessuno, molte volte lo fa il medico di guardia, sulla base delle sue personali convinzioni, dei suoi princìpi, della sua conoscenza, e certamente lo farà in scienza e coscienza. Ma quando non c’è veramente più nulla da fare, quando non c’è una ragionevole speranza di recupero dell’integrità intellettiva, non sarebbe meglio, e mi rivolgo in particolare al cardinale Barragán, fare come ho potuto fare io per tanti anni negli Stati Uniti: riunire gli affetti più cari di quella persona? Essendo anche preparati a vedere scorrere delle lacrime, perché sono sempre momenti davvero difficili e drammatici, quelli in cui devi dire che si è tentato di fare tutto quello che la tecnologia, la scienza, la medicina mettevano a disposizione per potere salvare la vita di una persona e per poter recuperare la sua integrità intellettiva, ma che ragionevolmente si pensa che non ci sia più nessuna possibilità. Non sarebbe meglio decidere insieme se è utile, nell’interesse e per la dignità di quella persona, proseguire le terapie oppure interromperle e offrire a quel paziente, in quella fase imperscrutabile del passaggio tra la vita e la morte, quelle che vengono chiamate soltanto le cure compassionevoli? Avendo dovuto partecipare a diversi di questi colloqui, penso che sia il vero modo di dimostrare, da parte di un medico, un’alleanza terapeutica fino alla fine, di essere vicino alla persona ammalata, di essere vicino alla sua famiglia, al punto anche di interrompere quel dialogo se, ad esempio, manca una sorella che deve venire da centinaia di chilometri, e riprendere quel dialogo il giorno dopo, per avere la partecipazione emotiva ed intellettuale di tutti.
E il catechismo della Chiesa cattolica dice qualcosa di sostanzialmente analogo: «L’interruzione di procedure mediche pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi, può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all’accanimento terapeutico. Non si vuole così provocare la morte, si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente se ne ha la competenza e la capacità, o altrimenti da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente.»
E allora io mi chiedo: se il codice deontologico dei medici, se i codici etici, chiamiamoli così, di diverse religioni si sono dati una norma su questa così complessa materia, perché noi non possiamo darci una norma anche all’interno del nostro Stato laico?

Barragán : Bene senatore, lei mi ha interpellato e volentieri ribadisco quanto ho detto prima sull’accanimento terapeutico, che consiste nell’uso delle terapie inutili, che aumentano le sofferenze, che sono sproporzionate rispetto al rapporto rischio-beneficio, prolungando l’agonia piuttosto che offrendo la guarigione. E questa sproporzione è giudicata dallo stesso paziente quando è in grado, oppure dal medico, dalla famiglia, dai comitati di bioetica.

Marino : L’indicazione può ragionevolmente venire dalle condizioni in cui si trova il paziente, dalle direttive che ha dato e dal colloquio tra il medico e un fiduciario che rappresenti l’interesse e la volontà del paziente. E poi, se anche così non si trova la soluzione, forse sarebbe meglio ricorrere, come fanno in altri paesi, a un comitato etico e non a un tribunale.

Barragán : Che può essere anche molto pericoloso, perché si rischia di non trovare persone competenti. Al termine di questa nostra discussione voglio ribadire la mia simpatia verso il signor Englaro

Englaro : Cardinale, se mi tratta da assassino, vuol dire che non ha molta simpatia…

Barragán : Togliere la mera idratazione e nutrizione a una persona significa ammazzarla. Ho già spiegato quello che intendevo dire, e penso che all’intelligenza bastano poche parole, chi ha intelligenza può capire le mie parole.

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da MicroMega 14 novembre 2008

 

 

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http://www.fondfranceschi.it/cogito-ergo-sum/chi-decide-sulla-propria-vita

fonte: Micro Mega e Fondazione Franceschi - 24 Febbraio 09