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Recensioni
Centomila punture di spillo - recensione di Francesco Samore' al saggio di De Benedetti e Rampoldi
Il numero di novembre dicembre della rivista CR&M ospita - a firma di Francesco Samore'®-†† una interessante presentazione del libro, recente successo editoriale: Centomila punture di spillo. Il recensore mette in risalto aspetti e temi del saggio di De Benedetti e Rampoldi su cui non si sono particolarmente soffermati i commentatori precedenti, e rileva l'importanza di tali temi. Centomila punture di spillo(Carlo De Benedetti, Federico Rampini. Con Francesco Daveri), Mondadori 2008.Recensione di Francesco Samore' . La grande attenzione riservata dai giornali e (persino) dalle televisioni alla recente fatica di Carlo De Benedetti e Federico Rampini, Centomila punture di spillo, giustifica una nuova recensione solo se con essa sfuggendo al sottotitolo un po' fuorviante Come l'Italia puo' tornare a correre, si tenta di raccogliere l'invito degli autori a sprovincializzarsi. Questo volume di 310 pagine interessa infatti per il suo sguardo sul mondo, per la volonta'† di restituire complessita'† e ampiezza alla narrazione sulle trasformazioni del nostro tempo; e perde invece gran parte del suo fascino se il lettore vi si accosta alla ricerca della ricetta o delle 10 regole per salvare l'Italia dal declino. Sebbene non manchino affatto le riflessioni sul nostro Paese, non crediamo che in queste sia racchiuso il messaggio del libro, che va invece cercato nelle pagine sul Mediterraneo del Sud, in quelle sull'India, sulla Russia e sulla Cina. Leggendo (meglio se col mappamondo accanto alla poltrona) che Hu Jintao, segretario del partito comunista e presidente della Repubblica Popolare, ha invitato quarantatre volte (dal 2002) studiosi di storia a tenere seminari per i leader del regime sul tema: crescita e declino dei piu' importanti imperi nei secoliĚ, torna alla mente la Prima lezione di storia contemporanea pubblicata nel 2007 da Claudio Pavone; in essa si ricorda che l'interesse per la storia puo' manifestarsi sia quando nella coscienza comune vi e' molto futuro, sia quando il futuro appare incerto, grigio o addirittura minaccioso (come soprattutto alla fine del Novecento) Il racconto a quattro mani di Rampini e De Benedetti consente anzitutto di farsi unžidea su quanto il futuro possa apparire aperto se guardato dal lato delle cosiddette aree emergenti del pianeta. Non si tratta solo restando alla Cina di registrare la previsione formulata dalle principali istituzioni economiche internazionali, secondo le quali sara'† la piu' grande economia mondiale molto prima del 2050. Ne' di limitarsi a ricordare come gli autori fanno che prosperita' e democrazia non necessariamente vanno a braccetto. La sostanza della tesi di fondo del libro si comprende leggendo altri dati, quelli sul volume degli investimenti cinesi in ricerca e sviluppo (secondi, nel 2006, solo agli stanziamenti statunitensi) e sull'inversione di rotta dei cervelli della diaspora, che rientrano ormai in patria dopo essersi formati in Europa e negli Usa - perche' la Cina ha scelto di lanciarli al vertice dell'economia: manager cinesi formati all'estero capeggiano la maggioranza dei 750 centri di ricerca e sviluppo facenti capo a imprese multinazionali nel paese, e i talenti tornati erano, nel 2007, l'81% dei membri della prestigiosa Accademia cinese delle Scienze. Anche l'ascesa dell'India suggerisce di guardare alla complessita' dei rapporti tra migrazioni, investimenti nella ricerca e sviluppo economico. Il sistema formativo indiano sforna ogni anno decine di migliaia di ingegneri e tecnici, che sono uno dei principali fattori di attrazione degli investimenti diretti delle multinazionali (Microsoft, Ibm, Cisco) nel paese. Se le strategie delle corporation segnalano dove si sposta il baricentro dell'economia mondiale, e' meglio non commettere l'errore di credere che sia un gioco a senso unico. Nel primo trimestre 2008 le multinazionali indiane hanno investito 13,5 miliardi di dollari, acquisendo tra l'altro (e' il caso di Tata) Jaguar e Land Rover; e gran parte della siderurgia europea ormai di proprieta'† indiana. †Ma dall'India, come da tutto il subcontinente asiatico, parte anche molta della forza lavoro diretta ai cantieri del Golfo Persico protagonista di un formidabile sviluppo petrolifero. Il governo indiano ha intimato quest'anno a quelli del Golfo di garantire un salario minimo agli operai indiani in rivolta (le monete dei paesi Opec sono agganciate al dollaro, la cui svalutazione ha quindi impoverito i lavoratori indiani emigrati). E ancora, molto piu' vicino a noi, e' da immigrati indiani che dipendono le sorti del Parmigiano e del Grana nella Pianura padana: allevatori, mungitori e formaggiai che la tradizione induista di venerazione del bovino ha reso i migliori candidati a colmare il vuoto di manodopera italiana qualificata nel settore. Leggendo il libro si torna spesso a riflettere sulla potenza storica e culturale quindi economica -delle migrazioni. Il Mediterraneo meridionale, dal Marocco alla Turchia, dalle nostre parti e' sovente considerato con spavento, come luogo di esportazione di migranti (l'equazione† immigrazione-paura e' uno dei principali obiettivi polemici di De Benedetti e Rampini, che la smontano a piu' riprese). Forse l'allarme offusca la vista, dato che si continua a ignorare che si tratta di un'area in pieno decollo con una media di crescita del Pil del 4,4% annuo nell'ultimo decennio. La costa sud del Mediterraneo e' l'area del mondo che attrae piu' investimenti esteri (60 miliardi di dollari nel 2006). Vi arrivano i capitali indiani ad esempio la gia' citata Tata ma anche francesi, spagnoli e italiani. Come ricordano gli autori, investire nel loro sviluppo e' una sfida alla nostra portata; i ceti medi cosmopoliti che la crescita economica fa emergere in quest'area sono la migliore chance per sollecitare un'Italia non impaurita a rafforzare ulteriormente la tendenza che, nel primo trimestre 2008, ha visto aumentare del 23% le vendite made in Italy nel Mediterraneo e nel Golfo. Le tesi forti di Centomila punture di spillo hanno dunque (in polemica esplicita con il tremontismo) il comune denominatore dell'apertura, nell'intreccio tra iniziativa economica e investimenti in ricerca. Le pagine piu' dure (e attuali) sul nostro paese riguardano appunto l'incapacita'† di fare della formazione la pietra angolare dell'auspicata rinascita italiana. Fanno da contraltare i tanti esempi virtuosi, cercati tra gli imprenditori piu' innovatori della penisola e raccolti nel capitolo Italiani (quasi) senza paura. Un esercizio di inchiesta utile, che a tratti ricorda quello promosso da Susanne Berger (Mit di Boston) e recentemente tradotto in italiano con il titolo Mondializzazione: come fanno per competere?, in cui si dimostra come le migliori performance nell'economia globalizzata appartengono a multinazionali che hanno scelto ben altre strategie che non la semplice coppia compressione del costo del lavoro delocalizzazione Forse il tratto piu' confortante di questo libro e' la capacita'†, nel mettere in fila spicchi di mondo eterogenei (dalle suggestioni generali su un paese emergente, ai singoli esempi di responsabilita' d'impresa, passando per i fondi d'investimento gestiti virtuosamente secondo le regole della finanza islamica), di rinnovare implicitamente la consapevolezza della circolarita'† tra cultura ed economia; anche nel tempo della globalizzazione anzi, con maggior forza in quest'epoca - non si comprendono i fatti economici se non si sono indagate le societa'† nelle quali questi si manifestano.† recensione di Francesco Samore' tratta dal periodico CR&M†Corporate Responsability & Management†- numero di novembre-dicembre
a cura di Germana Pisa - 06 Dicembre 08