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Ho un sogno: la rottura definitiva tra la sinistra e Capitale - di Carla Ravaioli
Proponiamo questo intervento di Carla Ravaioli pubblicato sul quotidiano "Liberazione" del giorno 22 novembre scorso: * Ho un sogno: la rottura definitiva tra la sinistra e Capitale «Certo, l'economia, in quanto disciplina autonoma, è nata come scienza del capitale; e tale è sostanzialmente rimasta…». Così, più di vent'anni or sono, Claudio Napoleoni rispose a una mia domanda che per un attimo lo aveva lasciato perplesso: «Esiste un'economia di sinistra?». Quella risposta fu per me un'illuminazione, che ha continuato a chiarirmi molte cose della politica delle sinistre, alle quali, pur senza mai essere iscritta a nessun partito, ho sempre fatto riferimento e dato il mio voto. Anche quando, in Italia e non solo, le sinistre avevano solida consistenza e autorevolezza, nel concreto del loro operare mi pareva infatti di avvertire una critica troppo blanda, episodica e parziale, verso il capitalismo, il nemico storico contro il quale erano nate e che ancora affermavano di combattere. La sensazione è andata poi accentuandosi via via che il capitalismo andava trionfando in tutto il mondo, e (fatte salve le rituali quanto sacrosante accuse di crescente sfruttamento del lavoro, di sempre più pesanti disuguaglianze, ecc.) la lotta contro di esso andava ormai riducendosi a una serie di tentativi, parziali e separati, di emendare un sistema con tutta evidenza sempre meno emendabile. Mai (mi pareva) si tentava una critica organica alla gran macchina dell'economia capitalistica nella sua interezza. Né, a quanto ne so, mai ha avuto luogo un'impegnata analisi di quel "cambio di fase" che si produsse nel trentennio dell'immediato dopoguerra, in cui l'espansionismo del capitale si orientò verso le masse lavoratrici come bacino di utenza adeguato a quella gigantesca dilatazione dei consumi che presto si sarebbe imposta come decisiva dimensione culturale dell'umanità; ciò che d'altronde per un periodo non breve ha certo notevolmente migliorato le condizioni delle popolazioni industrializzate. Così che, mentre la "rivoluzione" ancora rimaneva l'obiettivo ultimo della lotta, la politica quotidiana (impegnata in quelle rivendicazioni - salari, orari, pensioni, assistenza sanitaria, ecc. - che furono base dello "stato sociale") di fatto si limitava un'operazione riformistica. Si combatteva contro il capitalismo per obiettivi immediati di maggiore giustizia, ma non per la rimessa in causa della sua logica, basata sull'accumulazione di plusvalore, cioè su una crescente produzione di ricchezza della quale prima o dopo (si prometteva) tutti avrebbero potuto godere. E ciò andava creando una sorta di dipendenza psicologica nei confronti dello stesso sistema che si affermava di voler abbattere, e alla fine l'adesione al paradigma ideologico industrialista, che dà la crescita produttiva quale strumento necessario garantire il benessere collettivo. Già nei primi anni Novanta si verificarono però dei fatti che avrebbero dovuto far suonare più d'un campanello d'allarme . Mentre in tutto il mondo, dopo alcune più o meno piccole crisi, l'economia aveva ripreso a marciare a pieno ritmo, dovunque l'occupazione andava diminuendo. Per la prima volta veniva meno quella regola, per due secoli indiscussa, che aveva garantito il lavoro a traino della produzione. Accadeva cioè qualcosa che (mentre di nuovo già si allargava il divario tra ricchi e poveri) avrebbe dovuto aprire seri interrogativi sulle politiche delle sinistre, e sulle ragioni per cui i movimenti operai, certo senza mai dichiararlo, avevano in realtà fatto propri non pochi valori e certezze del capitalismo. Avrebbero insomma dovuto aprirsi dubbi sulla totale positività della crescita, ormai impostasi come una verità di fede. Tanto più che, in modi sempre più allarmanti, e con dati sempre meno discutibili, la scienza andava richiamando l'attenzione del mondo sul crescente squilibrio degli ecosistemi, e ne indicava le cause in uno sfruttamento delle risorse naturali fortemente superiore alla loro capacità di autorigenerazione: nella crescita cioè, nell'accumulazione capitalistica. Molte riflessioni avrebbero potuto insomma aver luogo, prima che da un lato la crisi ecologica toccasse livelli di pericolosità da molti ritenuti irreversibili, e dall'altro si avviasse e rovinosamente avanzasse nel mondo globalizzato quel processo di sempre più duro attacco al lavoro che Serge Halimi ha chiamato "Il grande balzo all'indietro". Forse (magari con l'ausilio di profetiche letture della realtà firmate da osservatori politici quali Gorz, Wallerstein, Chomsky) ciò sarebbe stato possibile anche prima che la crisi del capitale clamorosamente esplodesse. E prima che la divaricazione tra ricchi e poveri toccasse vertici quasi surreali nei dati più recenti, secondo cui l'1% della popolazione del mondo possiede il 50% della ricchezza. Nulla di tutto ciò è accaduto. E ora? Ora, non risolto ma in qualche misura contenuto ad opera di pubblico intervento lo tsunami finanziario, mentre ancora pericolosamente continua l'altalena delle borse, e nessuno dubita più della recessione prossima ventura, anzi già in atto, ora da ogni parte, con rinnovato empito, si invoca ripresa, rilancio produttivo, insomma crescita, Pil. Con qualche novità però. Dopo un periodo in cui la crisi economica aveva totalmente oscurato le tematiche ambientali, oggi di ambiente si parla molto, ma per motivi e in modi che con una effettiva salvaguardia degli ecosistemi ha davvero poco a che fare. Da Merkel, a Obama, a Sarkozy, a Veltroni, a più di un esponente sindacale, tutti parlano con entusiasmo di energie rinnovabili e di "business verde" nelle sue forme più diverse, pensando a una forte ripresa produttiva che potrebbe seguire al loro impiego su vasta scala, dunque con deciso rilancio dell'organizzazione economica attuale, cioè sulla la causa prima dello squilibrio degli ecosistemi. D'altronde in perfetta coerenza con un passato in cui politica e economia, dopo aver a lungo ignorato il rischio ecologico, ha iniziato ad occuparsene solo di fronte all'allarme di un prossimo esaurimento del petrolio, polarizzando poi l'attenzione su effetto serra e mutamenti climatici, in gran parte generati dall'uso dei carburanti tradizionali; per puntare infine sulle energie rinnovabili quale certa salvezza del pianeta. Del tutto ignorando quella miriade di altri guasti (crescente mancanza di acqua potabile, desertificazione, scomparsa di migliaia di specie viventi, gigantesco accumulo di rifiuti, tossicità diffusa dovuta a pesticidi e materiali chimici di uso comune, malformazioni e tumori che si moltiplicano, ecc.), problemi di diversa gravità, ma tutti parte decisiva di quel problema enorme che riguarda la stessa nostra sopravvivenza. A questo modo, da parte dei potenti, della più vasta informazione che sempre delle posizioni dei potenti risente, e anche di non pochi ambientalisti sinceramente impegnati, si è posta in essere una sorta di operazione riduttiva, tendente a ignorare la molteplice realtà della crisi ecologica, per identificarla con il mutamento del clima (certo la sua manifestazione più vistosa e carica di rischi, ma non l'unica) e la sua soluzione con le energie rinnovabili. Prospettando così un possibile futuro libero da inquinamenti e scarsità energetica, in cui non esistano più limiti a produzione e circolazione di auto, moto, aerei, ecc. né alla moltiplicazione di consumi di ogni tipo. Nessuno di quanti hanno pubbliche responsabilità sembra sospettare l'esistenza di un nesso tra crisi economica e crisi ecologica. Ciò che viceversa molte e autorevoli voci rilevano, d'altronde largamente riprese dalla stampa mondiale. Ne cito solo alcune, che riconducono ambedue le crisi a una sola causa: la crescita del prodotto. Il primo a dirlo era stato André Gorz ( Entropia N.2, 2007) a pochi mesi dalla morte. E lo affermano George Mombiot (con ripetuti interventi sul Guardian ), l'economista indiano Prem Shankar Jha ( il manifesto ), il biologo Edward O. Wilson ( Il Sole 24 Ore ), il filosofo Paul Virilio ( Le Monde ), l'antropologo Jared Diamond con il suo celebre libro Collasso (Einaudi). Tutti si dicono convinti che la Terra è troppo piccola per la velocità assunta dalla storia; che il futuro di tutti noi è condizionato dalla realtà ecologica, che cioè «in un mondo finito è necessaria una riduzione drastica del prodotto». Tutti costoro sono inoltre convinti che, essendo l'economia capitalistica la causa dello squilibrio planetario, sia impossibile trovare soluzione entro la logica e le regole del capitale. Dello stesso parere si sono recentemente dichiarati anche: il filosofo sloveno Slavoj Zizek ( N.Y.Times ); l'economista Immanuel Wallerstein ( Liberazione ); un'ampia "Rete di intellettuali e artisti sudamericani", che a partire da questa convinzione firmano un complesso Appello, dopo un convegno svoltosi di recente a Caracas; perfino Gorbaciov il quale dichiara senza mezzi termini che «il neoliberismo ha fallito in ogni senso» ( La Stampa ). Sono tutte opinioni innegabilmente "di sinistra", ma tutte espresse a titolo personale, da osservatori che non fanno riferimento a organismi politici. E i partiti, le sinistre organizzate, come si pongono? Per limitarci alla situazione italiana, occorre dire che da qualche tempo si notano dichiarazioni esplicitamente e duramente anticapitaliste firmate da personaggi di rilievo di Prc. Faccio un paio di esempi. E' lo stesso segretario Ferrero a scrivere su questo giornale: «Noi ci battiamo per il superamento del capitalismo» (2 novembre); «Il capitalismo sta diventando, palesemente, il maggior nemico dell'umanità» scrive a sua volta Rina Gagliardi (4 novembre). Sono però affermazioni di solito non corredate da indicazioni operative conseguenti. Combattere il precariato, aumentare i salari, tassare i redditi più alti, potenziare i servizi, difendere il diritto a scuola e ricerca, sono in genere i provvedimenti auspicati: tutti condivisibili, certo, ma che non vanno oltre le politiche di sempre, senza affrontare l'eccezionalità della situazione. E anche proposte capaci di una valenza decisamente rivoluzionaria, come la «riconversione ambientale e sociale dell'economia», auspicata da Ferrero ( Liberazione 5 novembre), rimane appunto un auspicio, se non è debitamente elaborata e pianificata in un programma organico. Cosa di cui non si ha notizia. Anche le sinistre estreme, non solo in Italia, in genere esprimono il proprio impegno ambientale soprattutto nella battaglia contro i "mutamenti climatici" mediante energie rinnovabili (una linea, come dicevo, fatta propria dalla grande industria per la continuità e il rilancio della crescita), oppure si battono per la difesa dell'acqua, per il trattamento razionale dei rifiuti, contro opere pubbliche indifendibili come la Tav, il Ponte sullo Stretto, ecc: tutte attività in sé utilissime, ma ben difficilmente capaci di risolvere un problema quale quello che ci troviamo a confrontare. Nessuna sinistra, a quanto ne so, sembra orientata ad assumere lo squilibrio ecologico come materia base di un impegno totale, nella cognizione piena di tutte le problematiche che ne sono parte, in una libera lettura della radicale trasformazione prodottasi negli ultimi decenni nel mondo; insomma di tutte le verità alle quali non può non fare riferimento ogni programma politico nella sua interezza e in ogni singola scelta. Tra discussioni per la difesa dei simboli e delle identità storiche, tra scissioni già in atto o minacciate, richieste di nuovi congressi (tutte cose, confesso, che non mi appassionano affatto, che trovo anzi dispersive e pericolose) è nata recentemente un'Associazione, di cui chiunque, abbia o no una tessera in tasca, può essere parte. Mi illudo se penso che questo potrebbe essere un organismo in grado di impegnarsi seriamente a ripensare la società e l'economia, per il superamento di una realtà costruita sullo sfruttamento sempre più duro del lavoro e la distruzione sempre più insensata della natura? Insomma per una rottura definitiva tra sinistre e capitale? Forse no, se questo nuovo soggetto politico sarà capace di muovere da una piena consapevolezza del mutamento oggi in atto, assumendolo in tutta la sua radicale, eversiva portata: in cui "il capitalismo ha aderito come una seconda pelle all'antropologia del post-moderno", e in questo processo perfino «la lotta di classe, il lavoro come principio di significazione sociale, la religione civile dell'antifascismo (…) tutto è entrato in una sorta di centrifuga storica, la memoria si è mutata in fiction e caos pubblicitario», come scrive Nichi Vendola ( Liberazione 16 novembre). E Nichi Vendola è appunto uno dei promotori della nuova Associazione. Carla Ravaioli da "Liberazione" - 22 novembre 2008
a cura di gea - 26 Novembre 08