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Racconto di un viaggio in Rwanda

Luigi è andato mesi fa in Rwanda per visitare la Missione presso la quale vivono molti bambini, tra i quali alcuni di quelli che egli, da anni, ha adottato con l'adozione a distanza. Alcuni di questi sono ormai cresciuti e possono continuare a studiare. Ha potuto avere conferma de visu  di come il suo aiuto non fosse stato vano. In questa cronaca racconta tutto il suo soggiorno. Il viaggio era motivato anche dall'impegno preso ad inviare laggiù materiale sanitario indispensabile per la sopravvivenza di molti. Mi ha consegnato questo racconto dove descrive i giorni passati là e le impressioni avute.

**


"Questo racconto è il riassunto di quanto è accaduto e sta accadendo in uno dei Paesi più sfortunati dell’Africa Centrale: il Rwanda. E' il racconto di un mio viaggio per andare a trovare, in una Missione, i bambini che ho adottato a distanza.
Atterrato laggiù - io con altri compagni e compagne - la preoccupazione era quella di riuscire a superare i controlli all’aeroporto, dove addetti aprivano tutte le valige per vedere il contenuto; e la mia valigia era piena di medicine. In quel momento pensai che quelle medicine, portate per aiutare la povera gente, erano perdute; perché quelle medicine, se fossero state trovate, rappresentavano oro per chi ne fosse entrato in possesso.

Fortunatamente tutto andò bene; la sera stessa fummo ospiti  dei religiosi e il giorno dopo partimmo alla volta  di M., un piccolo centro da loro fondato.
Passando per la città, il ragazzo che guidava il fuoristrada ci cindicava i luoghi dove centinaia di cadaveri erano ancora presenti: dentro la cattedrale e alcuni in fondo ai pozzi.

Mano a mano che il fuoristrada si addentrava nella foresta,  scorgevo in lontananza un lago bellissimo, fiumi e molto verde…
Arrivati alla  Missione abbiamo fatto la conoscenza con padre Modesto che, assieme a padre Gabriele,  oggi molto anziano e rientrato in Italia Italia per motivi di salute) ha fondato la missione ( una parrocchia, dormitori, le scuole, la mensa). Padre Modesto si occupava della chiesa e di tutti quei ragazzi e ragazze, studenti, adottati a distanza. Ci siamo poi recati all’ospedale per conoscere suor Carla e suor Elena, che gestivano un piccolo ospedale, dove ogni giorno affluivano decine e decine di ammalati, portati dai parenti,  su barelle fatte di foglie di banano…e dopo aver percorso anche più di trenta chilometri, pur di arrivare in tempo a salvare la vita ai propri cari. Ma non sempre avveniva. La maggior parte delle persone moriva perché arrivavano troppo tardi, e la malaria, l’AIDS  e la denutrizione avevano gioco facile della loro vita.

Senza perdere tempo, la suora mi chiese cosa sapevo fare, io risposi che ero un parrucchiere e non sapevo fare altro…Suor Elena mi prese per mano e mi accompagnò al  Pronto Soccorso e nel giro di qualche minuto mi spiegò cosa fare perché si doveva occupare degli altri ammalati più gravi. Lì nel Pronto Soccorso in pratica si dovevano fare delle iniezioni di penicillina e chinino con aghi usati cinquanta volte, disinfettati solo con un po’ di acqua ossigenata e subito riutilizzati, e soprattutto su bimbi, di soli tre, quattro mesi…In quel momento capii in che realtà ero capitato; senza perdere tempo mi misi al lavoro e quel giorno feci più di cento iniezioni. Per fortuna nella valigia della mia amica Dora vi erano più di cinquecento siringhe adatte ai bambini, così iniettai sui loro piccoli sederini la medicina senza fare loro male…

Per non sciupare le siringhe, si lavavano con acqua normale e un po’ di acqua ossigenata e dopo qualche minuto si riutilizzavano; così facendo, si riusciva a far fronte al fabbisogno giornaliero.

Finito il lavoro, alle sei di sera si usciva per recarsi alla missione ma a quell’ora il buio era già fitto e si faceva uso delle pile perchè non esisteva e non esiste tuttora la luce elettrica.
Giunti alla parrocchia, ci si riuniva per pregare raccontarsi le varie difficoltà della giornata, poi ci si recava alla mensa per cenare. L’alimentazione base erano  le banane e marmellata di rabarbaro con alcune fette di pane. Dopo cena i Padri più anziani raccontavano le loro avventure, prima e durante il genocidio. Una sera padre Alberto ci raccontò che un giorno venne un signore ad avvisare i religiosi e le suore di scappare perchè stavano arrivando le bande di militari per uccidere tutti. Tutti scapparono ma Alberto restò e vide i fuoristrada arrivare e fermarsi, scendere una decina di militari e fare irruzione in ogni camera e in chiesa. Ma non trovarono nessuno. Nel pomeriggio, vide una ragazza tutta insanguinata, la ripulì e vide che aveva ricevuto un colpo di machete alla gola, a quel punto si recò in ospedale e non avendo alcun materiale per sistemarle la ferita, prese una tettarella di biberon e la mise nella trachea e la fasciò; così le permise di respirare e la salvò.

Alle otto di sera si andava a dormire; nella stanza non vi erano servizi ma solo delle assi. Il materasso era fatto di paglia e nella notte si sentivano strani rumori: erano i gechi che si annidavano nel letto.
*
Il giorno dopo andammo all’ospedale per riprendere il lavoro e mi capitò un bambino con una infezione all’estremità dell’occhio sinistro, il pus era talmente evidente che non si vedeva l’occhio. A quel punto mi recai da suor Elena. la quale mi diede un bisturino monouso e mi disse: fai quello che puoi. Senza perdermi d’animo, incisi alla fine della palpebra e, piano piano, facendo pressione, feci uscire il pus. Poi disinfettai tutto con acqua ossgenata, ma non avevo cerotti adatti. Facendomi animo, andai dalla  suora, mi feci dare del filo di cotone e un ago, lo disinfettai e, senza anestesia, cucii il tutto con quattro punti. Il bimbo non si mosse per tutto il tempo. Fortunatamente, andò tutto bene e, dopo sette giorni,  l’occhio era diventato normale.

Finito quel lavoro, nel pomeriggio ci recammo nel reparto che ospitava i bambini denutriti: vidi bambini gonfi come palloni, alcuni immobili nel lettino con gli occhi fissi nel vuoto. Quelle immagini mi restano tuttora fisse nella mente, poveri bimbi, condannati a morte atroce per mancanza di cibo…Ma non potevo fare nulla. In quei momenti mi accorsi di quanto ero stato fortunato a nascere in un Paese occidentale e capii che nel nostro mondo opulento, fatto di ricchezze e consumismo, non ci si rende conto che basterebbe poco per far vivere degnamente quelle persone!

Sul sentiero di ritorno dall’ospedale, vidi dei bambini che mi chiesero del cibo, diedi loro dei biscotti. Quei bimbi si avventarono sui biscotti e, pur di accaparrarsene uno, si presero a botte. A quel punto avevo visto una scena che non credevo possibile esistesse…Ma era realtà e capii che non si azzuffavano per il gusto di avere un dolcetto…ma perchè sapevano che chi arrivava per primo al cibo viveva qualche giorno di più…

Un giorno, io e Alberto andammo col furgone in città per ritirare dei letti a castello per montarli nei dormitori dei ragazzi, quelli adottati a distanza. Caricammo il materiale e ripartimmo. Nel tragitto del ritorno vidi dei fuoristrada bellissimi. Chiesi ad Alberto chi mai in un Paese disastrato come quello abitasse in quelle ville. Alberto mi spiegò che in quelle ville abitavano i signori dell’ONU, che al posto di occuparsi della povera gente si occupavano dei fatti loro e aggiunse: ricordati che quando dai dei soldi a grandi organizazzioni, se dai diecimila, novemilacinquecento sono per pagare quei signori e cinquecento sono per dare un po’ di fagioli e patate dolci alla povera gente. Queste parole mi disgustarono e capii che anche dove c’è la massima indigenza c’è chi vive con i soldi donati dalla gente.

L’ultimo giorno del  soggiorno le suore ci condussero nel parco di P. e, nel tragitto, vidi, sopra una collina, molte tende bianche con la insegna della grande organizzazione assistenziale, chiesi allora a cosa fossero servite e mi venne detto che quelle tende erano state montate per mostrare al mondo occidentale di  avere  ben operato; ma che quelle tende mai erano state usate e così decine di tende che avrebbero potuto ospitare molte famiglie, erano li’ inutilizzate.
Prima di ripartire per l’Italia, io e le mie amiche ci impegnammo a mandare ogni mese  le medicine per curare gli ammalati.
In Rwanda, la situazione complessiva non è migliorata. Tutti ricordano il genocidio ma ci si dimentica che chi è al potere ( i Tutsi, che sono il 20 per cento della popolazione, mentre gli Utu sono l’ottanta per cento), aiutati da alcuni Paesi occidentali e dall’America stanno uccidendo dieci volte di più e queste vittime non possono essere ricordate. Nelle chiese bisogna pregare solo per le vittime di quel genocidio, altrimenti si rischia la vita"…

Luigi

da gea per Luigi - 01 Gennaio 08