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Informazione negata
Vita da campo

"E’ difficile per me vivere in Libano e non avere coscienza dello spazio e del tempo.

Lo spazio intorno a me quando sono in un luogo chiuso come un campo profughi o davanti all’aperto mare Mediterraneo quando sono sulla corniche (ndr: lungomare di Beirut), o quando guardo il paesaggio cambiato di Beirut, cosparso di palazzi alti fino al cielo e di edifici crivellati di colpi dalla guerra civile.
Queste ferite sugli edifici di Beirut sono presenti sempre, che tu sia in città o nei campi profughi, alcuni posti sono più danneggiati di altri. E’ specialmente difficile muoversi avanti e indietro da questi spazi, passare dal campo profughi di Chatila con i suoi bambini che giocano in una limitata giungla di asfalto, alla spiaggia, dove i bambini corrono liberi in spazi senza muri.
L’affollato e sovrapopolato campo di Beddawi, che ha raddoppiato la sua popolazione e dove la gente e’ intrappolata dentro per paura di maltrattamenti ai checkpoint, e’ un ricordo costante della mia percezione spaziale. Gli ultimi arrivati a Beddawi, coloro che hanno lasciato Nahr el Bared la scorsa settimana, mi hanno raccontato le loro storie su come il loro spazio sia stato ridotto nelle ultime settimane. Erano circa 150-200 palestinesi gli ultimi a lasciare il campo, grazie alla sospensione temporanea dei bombardamenti dell’esercito. Cosi come ora è d’abitudine, I giovani uomini e gli uomini adulti sono stati circondati e detenuti dall’esercito. C’erano fotografie della devastante distruzione delle case e degli spazi nel campo, delle persone ferite dalla caccia all’uomo dell’esercito, anche bambini e donne. Gli edifici erano cosi’ distrutti che non si potevano nemmeno scorgere gli affetti personali della gente. Invece, si vedono edifici che sono rimasti senza muri e pavimenti rasi al suolo. Si vedono l’esercito libanese e Fatah al Islam che combattono nelle strette stradine del campo. Non vedi solo macerie di edifici, ma anche vite perse, comunità distrutte.
Queste storie di vite rovinate e spazi si basa sulle calamità del passato, la tragedia di Nahr el Bared adesso e settimane fa, ha le radici nell’esodo dei palestinesi dal campo di Tell al Za’atar nel 1976 verso Nahr el Bared, ritenuto più sicuro, nella nabka (catastrofe) del 1948 quando la prima generazione di palestinesi fu cacciata e dispersa dalla loro terra. Tutte queste storie sono correlate. Queste esperienze e la loro storia hanno portato con sé l’ansia di chi si chiedeva solo quanto a lungo avrebbero potuto vivere in un così stretto e compresso spazio dove le donne non hanno privacy per fare una doccia, dove i bambini non hanno spazio per fare una partita di calcio, dove gli uomini si sentono in gabbia per la paura di lasciare Beddawi per il bisogno di lavorare e di andare avanti con le loro vite.
Queste immagini e queste storie richiamano guerre passate nei campi palestinesi in Libano e Palestina. L’altro giorno sedevo con un amico di Chatila che ha vissuto entrambe le invasioni del movimento Israelo/palestinese e del movimento Amal nel 1980, quando un uomo di Nahr el Bared è entrato nel suo ufficio. Era in angoscia per tutto cio’ che ha perso nel campo, grazie a Dio non la famiglia né la casa, ma le sue fotografie, la chiave della sua famiglia in Palestina. Ricordi della storia e degli spazi personali di qualcuno. Il mio amico, la cui casa fu distrutta a Chatila nella guerra del 1980, ha cominicato a pensare a tutto quello che ha perso della casa della sua famiglia in Palestina, a tutte le cose amate, perse durante la guerra a Beirut e alle cose che lo legavano a quelle storie ed esperienze. Parlando con calma, ha offerto “se solo avessi una foto di me prima del 1076”...Se solo.
E’ questo passato, che potrebbe non essere più rappresentato nelle foto se queste sono state o sono ridotte in cenere, che ci trasmette direttamente la paura dei palestinesi che vogliono che le loro comunita’ torrnino indietro, se solo arrivasse “al awda” (il diritto al ritorno in Palestina). Se solo arrivasse."

di Marcy Newman
Body on the line, 16 Luglio 2007
Traduzione di Giulia Rivoli
Project Manager
"Un Ponte per..."

 


 

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da: \'Un ponte per\' - 21 Luglio 07